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«Fiat-Chrysler in cerca di un nuovo partner»

di Andrea Malan

Un Sergio Marchionne a tutto campo ha parlato ieri a Detroit di possibili alleanze e ha di nuovo lasciato intendere che la sede della futura Fiat-Chrysler potrebbe anche emigrare da Torino; al tempo stesso ha però cercato di fugare i timori per la perdita di posti di lavoro.
Il dossier alleanze è tornato un po' a sorpresa d'attualità. Il punto di partenza del ragionamento di Marchionne è l'opinione – già espressa in passato – che «in Europa, e più in generale a livello mondiale, c'è ancora bisogno di un consolidamento nel settore auto. Abbiamo due o tre gruppi in grado di arrivare a 8-10 milioni di vetture prodotte, bisogna che ne nasca un altro. Small is beautiful è un discorso che in Europa non funziona tanto bene». Il ragionamento non è nuovo, cambia solo l'altezza dell'asticella: non più 6 milioni ma 8-10. Marchionne aveva tentato già nel 2009 di far entrare anche Opel nell'alleanza; è la prima volta da allora che dice esplicitamente che Fiat e Chrysler potrebbero aver bisogno di un altro partner. La logica è la stessa che ha portato alle nozze di Fiat con Chrysler: servono economie di scala per poter competere. «Il partner – ha detto Marchionne – dovrà condividere i nostri sforzi industriali e i costi di sviluppo dei nuovi modelli, che sono enormi». Da dove potrebbe arrivare? «Potrebbe essere europeo o asiatico». Ai tempi dell'intervista di fine 2008 in cui lanciò lo slogan dei 6 milioni di auto per sopravvivere, Marchionne era già seduto al tavolo dei negoziati con Chrysler. Adesso ci sono già candidati? La risposta è che «non sto parlando assolutamente con nessuno».
Quanto all'obiettivo dei 6 milioni nel 2014, Marchionne ha ammesso che Fiat e Chrysler potrebbero mancarlo di almeno 2-300mila unità se continuerà la congiuntura negativa in Europa: «Se il mercato europeo continuerà su questa strada, a Fiat mancheranno almeno 4-500mila unità rispetto agli obiettivi fissati nel 2010; potremmo recuperarne solo una parte in Brasile e qui con Chrysler in America».
In un 2012 che per l'Europa si preannuncia molto difficile, l'America assume sempre più il ruolo di un'ancora di salvezza. Nel 2011 Chrysler ha consegnato a livello globale appena più di 2 milioni di veicoli (2,009 milioni, per la precisione), in linea con gli obiettivi. Particolarmente significativo il balzo negli Usa, con un +26%. Nel 2012 l'azienda «potrebbe guadagnare ancora quote di mercato qui grazie al lancio della Dodge Dart in un segmento in cui non eravamo di fatto presenti».
Quanto alla 500 rimasta nettamente al di sotto delle stime, Marchionne ha ammesso che «ci eravamo sbagliati prevedendo di poterne vendere 50mila l'anno in Nordamerica» e ha detto che il target 2012 è di 25-35mila unità. Dal punto di vista dei prodotti, il gruppo si muove ormai a tutto campo e con flessibilità: la vettura che verrà prodotta dalla fine di quest'anno in Cina (su base Dodge Dart ma con marchio Fiat) potrebbe essere esportata anche in Europa, colmando un vuoto nella gamma Fiat (tra la Bravo ormai a fine carriera, e che dovrebbe essere rimpiazzata da un crossover in stile Nissan Qashqai e la vecchia Croma).
Marchionne, che ha cambiato look presentandosi con barba e una sciarpa sul tradizionale maglioncino, è tornato ieri sui temi della sua successione e della sede del futuro gruppo dopo la fusione. Il suo successore, ha detto, «verrà scelto non prima del 2015 e sarà al 90% uno degli attuali componenti del Gec, il Group Executive Council. Sto facendo crescere della gente apposta, ma ci vuole tempo».
Più delicato il tema della scelta della futura sede del gruppo, dopo la fusione tra Fiat e Chrysler che andrà in porto «tra il 2013 e il 2015». In un'intervista al Wall Street Journal, Marchionne ha spiegato così il proprio punto di vista: «L'attaccamento emotivo al proprio paese, come produttore, deve essere ripensato. Non vuol dire tradire qualcuno, ma solo che si cresce; anche i figli quando crescono lasciano la casa dei genitori». Certo, ma in questo caso i genitori (l'Italia e Torino) non rischiano di perdere migliaia di posti di lavoro?
Marchionne cerca di gettare acqua sul fuoco: «Mettiamo che preserviamo quei posti di lavoro…». E il fatto che Torino perderebbe il cuore del gruppo? «Ma se il cuore non ha funzionato granché e io ne trovo uno migliore, che facciamo?». Perché il cuore straniero potrebbe essere migliore di quello italiano? Il manager italo-canadese torna sulla polemica con i sindacati e più in generale sul fatto che l'Italia sia un sistema bloccato: «Negli Stati Uniti c'è disponibilità a cambiare, è nel Dna americano. In Italia si fanno sempre discorsi su quello che non si può fare, che non si può toccare. Finché si ragiona così, il cambiamento non arriverà mai. Non si può proteggere tutto».

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