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«Fiat-Chrysler entro l’anno Sei milioni di auto nel 2018»

TORINO — Per l’ultimo bilancio da approvare a Torino arrivano 1.019 azionisti. In totale hanno in portafoglio il 54,7% di Fiat. Molti di loro — il grosso: gli investitori istituzionali internazionali, ossia oltre il 45% del capitale, e ovviamente il socio di maggioranza Exor — dall’anno prossimo voleranno senza problemi ad Amsterdam. Altri — i pochi piccoli risparmiatori, per la verità mai presenti in massa – avranno solo un’altra occasione di assemblea al Lingotto: dopo la riunione straordinaria che, intorno all’estate, darà il definitivo via libera alla fusione con Chrysler, tutti gli appuntamenti societari andranno in scena là dove sarà la nuova sede legale. Olanda, appunto. Che affiancherà la Gran Bretagna, futura base fiscale (ragion per cui a Londra si terranno anche i consigli d’amministrazione, almeno alcuni), e già oggi quartier generale delle operazioni finanziarie. Accanto naturalmente a New York: John Elkann e Sergio Marchionne confermano che l’obiettivo «sbarco a Wall Street», per Fiat Chrysler Automobiles, è fissato «entro fine anno», inizio del 2015 al più tardi.
Da quel momento la storia di Fca sarà la storia di un’azienda con solide radici in Italia, e a questo punto ormai anche negli Stati Uniti, ma multinazionale nel senso stretto del termine e sotto ogni aspetto: industriale, societario, finanziario. Perciò l’assemblea di ieri aveva un forte valore simbolico. Che alla fine, tuttavia, tale è rimasto. Poca nostalgia e nessuna retorica da «addio al Bel Paese», tra gli azionisti. Il bilancio, che chiude con utili consolidati per 1,9 miliardi ma non distribuirà dividendi per «mantenere un elevato livello di liquidità», passa con il 99,99% dei voti.
Un simbolo comunque ci sta, sulla penultima riunione a Torino: è il sigillo sulla svolta globale. È lungo questa linea che Elkann guida l’incontro con i soci. È lì che la manterrà Marchionne. Ricorda il presidente, aprendo i lavori: «La nascita di Fca metterà fine alla vita precaria di Fiat». Non è retorica neppure questa, tutto sommato. Perché è vero che, alle spalle, ci sono i «i vent’anni vissuti direttamente o indirettamente» sul filo del baratro in cui il gruppo ha spesso rischiato di precipitare. Ed è più che una promessa aggiungere che «oggi per la prima volta abbiamo prospettive diverse, non dobbiamo giocare una partita per la sopravvivenza, in fondo alla classifica, senza sapere se ci sarà un domani: oggi abbiamo finalmente la possibilità di giocare una partita vera». L’omaggio a «mio zio, Umberto Agnelli, che dieci fa ci lasciava» (significativo «l’abbraccio» dal microfono al cugino-azionista Andrea), è anche un modo per ribadire che «lui e mio nonno, Giovanni Agnelli, sarebbero molto orgogliosi di quel che è stato fatto, come lo è tutta la mia famiglia».
All’autore di «quel che è stato fatto», ossia Marchionne, va l’ennesimo ringraziamento. Raccolto dall’amministratore delegato con un’anticipazione degli obiettivi che saranno fissati dal piano industriale (Auburn Hills, 6 maggio). Se Fiat e Chrysler insieme sono «il coronamento del grande progetto di cooperazione industriale e culturale avviato nel 2009», se grazie ai 4,4 milioni di auto consegnate nel 2013 (un milione, record storico, per la sola Jeep) «Fca è oggi il settimo costruttore mondiale», la lunga marcia promessa ha traguardi molto più ambiziosi: «Oltre sei milioni di veicoli entro il 2018». Nella «totale autonomia dei singoli marchi». E con il pieno recupero occupazionale in Italia ben prima di quella data: «L’operazione premium, con Maserati che oggi può passare all’attacco contro i giganti del settore, dimostra che la strategia funziona». L’impegno è conseguente: «Far ripartire tutti gli stabilimenti nazionali. Non prevediamo esuberi. Anzi: con il completamento degli investimenti a Mirafiori potremo tornare al pieno impiego nel Paese».

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