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Fiammata dello spread, BTp al 3,10%

Pochi avevano messo in conto una ricaduta del Pil italiano nel primo trimestre dell’anno dopo i segnali di risveglio manifestati a fine 2013, ma forse ancora meno erano quanti si aspettavano una reazione così negativa dei mercati, al limite del panico. Alla fine di una giornata campale, invece, i titoli del Tesoro hanno praticamente riportato indietro le lancette dell’orologio di quasi due mesi: il rendimento del BTp decennale è risalito di quasi 20 centesimi fino al 3,10%, riportando così d’un colpo il differenziale nei confronti del Bund con pari scadenza a 180 punti base.
Ripercorrere le varie fasi della giornata può forse aiutare a comprendere cosa in realtà sia accaduto. Alla diffusione del deludente dato sulla crescita (meglio sarebbe dire stagnazione) la prima reazione degli operatori è stata in realtà quella di acquistare i bond italiani: così il decennale ha trovato anche il modo di agganciare i minimi storici al 2,89 per cento. Una reazione in fondo comprensibile, perché la frenata del Pil in tutta Europa renderebbe in teoria più probabile l’intervento della Banca centrale europea (Bce) a giugno, magari proprio a partire dagli acquisti di titoli sovrani.
Poi però la situazione è mutata d’improvviso a cavallo di metà seduta, ribaltandosi completamente: le vendite hanno preso il sopravvento, in un crescendo rapido che ha appunto portato il BTp a infrangere di nuovo la soglia del 3%, questa volta purtroppo in salita. La scansione temporale delle reazioni del mercato lascia pensare (è questa, almeno, la teoria sposata dalla maggior parte degli operatori) che i primi massicci ordini di vendita siano arrivati da oltre l’Atlantico e che l’avvitamento successivo si sia accentuato allo scattare dei «soliti» ordini automatici.
C’è però chi segnala anche che a scatenare la bufera sui titoli di Stato non sia stata in realtà la delusione sul Pil, ma le voci sull’introduzione di una tassa retroattiva sulle plusvalenze realizzate sui bond greci da applicarsi agli investitori non residenti (ipotesi poi smentita da Atene, e per la verità anche dal ministero dell’Economia italiano).
Qualunque sia la ragione all’origine dei movimenti, resta il fatto che a essere colpiti sono stati un po’ tutti i Paesi cosiddetti «periferici»: anche il decennale spagnolo, per esempio, ha visto i tassi risalire di quasi 20 centesimi al 3,02% (spread a 172); il Portogallo è balzato al 3,68% e la Grecia al 6,72% (ovvero 50 punti in più rispetto alla vigilia). Il tutto mentre scattava la ricerca del «porto sicuro» nel Bund, il cui rendimento scivolava all’1,30%, cioè ai minimi da oltre un anno: una dinamica consolidata nei momenti di maggior pressione di qualche anno fa, che si credeva però ormai dimenticata.
Vale la pena comunque di ricordare che a vendere BTp sono stati probabilmente quanti due giorni fa avevano fatto la coda per richiedere il nuovo benchmark del Tesoro a 15 anni. Proprio ieri via XX Settembre ha diffuso il dettaglio delle richieste, che sono giunte per quasi due terzi da oltre frontiera: il BTp marzo 2030 è stato venduto soprattutto in Gran Bretagna e Irlanda (23%), ma anche in Francia (9%), Germania, Austria e Svizzera (8%), Scandinavia (5%) e Benelux (2%). Notevole è stata pure la partecipazione degli investitori statunitensi (13%), mentre un 2% è stato addirittura assegnato a residenti in Medio Oriente e Asia.
Quasi il 30% dell’emissione – ha rivelato il Tesoro – se lo sono aggiudicato investitori con un orizzonte di investimento di lungo periodo (fondi pensione e assicurazioni per il 23%, banche centrali e istituzioni governative per il 7%). La quota sottoscritta dagli hedge fund è stata invece pari al 6%, mentre quella degli investitori corporate e retail è stata pari al 2% dell’assegnato. È plausibile quindi che vista la provvista della settimana molti operatori si siano improvvisamente trovati carichi di «carta» italiana e abbiano deciso di alleggerirsi. Se così fosse, l’effetto di ieri sarebbe destinato a esaurirsi a breve: molti se lo augurano, Tesoro in primis.
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