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Ferrovie, si dimette tutto il consiglio

ROMA L’innesco del governo per il ricambio al vertice di Ferrovie sortisce l’effetto previsto. Ieri il consiglio di amministrazione si è dimesso, azzerando la guida del gruppo ferroviario. A poco sono servite le obiezioni dell’amministratore delegato Michele Elia che, la settimana scorsa, all’indomani della convocazione da parte del premier Matteo Renzi, aveva provato ad argomentare rivendicando la bontà dei risultati economici ottenuti sotto la sua gestione. La riunione del board di ieri, in calendario da tempo, è apparsa subito l’occasione per registrare che a Palazzo Chigi era venuta a mancare la necessaria fiducia nei confronti del management. A Elia (in azienda dal 1975) e al presidente, Marcello Messori, è stata contestata la scarsa coesione sul progetto di privatizzazione. Divergenze che hanno spinto il governo a cambiare passo, interrompendo un mandato a metà corsa, e puntare su un nuovo vertice in vista della quotazione in Borsa, fissata da un decreto varato lunedì scorso.
L’intenzione del governo, tramite il ministero dell’Economia azionista al 100%, è ora di procedere spediti. La convocazione dell’assemblea per l’inizio della prossima settimana sarà il passaggio tecnico per nominare i nuovi amministratori. Un consiglio nuovo di zecca, sulla falsa riga di quanto già avvenuto in Cdp. Per la successione il nome è quello di Renato Mazzoncini, ingegnere elettrotecnico, classe 1968. Almeno un paio le caratteristiche che ne fanno il candidato forte. Mazzoncini è già all’interno della galassia Ferrovie con l’incarico di amministratore delegato della controllata BusItalia-Sita Nord (trasporti su gomma). Il secondo dato discende dall’essere organico al premier da quando, nel 2012, a Firenze (il sindaco era Renzi) ha curato l’acquisto dal comune della municipalizzata Ataf. A fianco di Mazzoncini sarà indicato un nuovo presidente: uno dei profili accreditati di buone chance riconduce a Simonetta Giordani, fino a ieri in consiglio di Ferrovie ed ex sottosegretario ai Beni Culturali. Al nuovo tandem spetterà il compito di bruciare le tappe e condurre in borsa l’azienda entro il primo semestre del 2016. Due le principali incognite. A partire dal perimetro degli asset che il governo intende aprire al capitale privato. Il nodo politico è quello indicato dal ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, ricordando che serve ancora tempo per decidere se scorporare, o meno, la rete ferroviaria di Rfi dal gruppo destinato alla borsa. L’altra incognita è correlata alla prima, il valore dell’operazione. Al di là degli innumerevoli esercizi sul prezzo di Ferrovie, il punto di partenza è indicato nel decreto di privatizzazione: il Tesoro possiede 36,34 miliardi di azioni ordinarie del valore nominale unitario di 1 euro. Si parte insomma da 36,3 miliardi di euro per il 100% del capitale. E in Borsa finirà al massimo il 40% di un gruppo che fattura 8,4 miliardi e muove 8 mila treni al giorno. Da mesi sono già al lavoro per conto del Tesoro l’advisor finanziario Bofa Merrill Lynch e i legali di Cleary Gottlieb.
Lo scossone al vertice di Ferrovie ha generato più di un malumore. Sul versante politico tra i più tranchant, spiegando che «si rischia un pasticcio», è l’ex segretario del Pd, Pierluigi Bersani. «Quel che succede alle Ferrovie non è una cosa chiara. Un conto sono la riforma e la liberalizzazione del settore, altro è il piano industriale dell’azienda pubblica, e altro conto il processo di privatizzazione», lamenta. L’azzeramento di ieri apre anche il fronte sindacale. Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso si dice «molto preoccupata per l’idea di fare cassa su una grande impresa pubblica». Giovanni Luciano, segretario generale di Fit Cisl, sottolinea: «si mette a rischio un’impresa solida per entrate economiche ipotetiche e incerte».

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