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Ferrarini, Amco affianca Pini nel nuovo piano di salvataggio

La palla del salvataggio del gruppo Ferrarini Spa, 310 dipendenti e afflitto da poco meno di 250 milioni di indebitamento, è in mano all’arbitro. Anzi agli arbitri.

Saranno infatti il presidente del Tribunale fallimentare di Reggio Emilia, Francesco Parisoli e il giudice delegato Nicolò Maserati Stanzani, a decidere se ammettere la seconda proposta migliorativa presentata lunerdì 31 agosto dalla cordata guidata dal gruppo Pini Italia Srl. Sul fronte opposto c’è la proposta di Intesa Sanpaolo e UniCredit e del mondo delle cooperative, a sua volta presentata a metà agosto allo stesso Tribunale. Venerdì 25 settembre, poi, si esprimerà poi il terzo arbitro: la Corte d’appello di Bologna chiamata a valutare i ricorsi presentati da Intesa Sanpaolo e UniCredit sulla possibilità da parte di Ferrarini di potere effettuare questa seconda proposta migliorativa rispetto a quella precedentemente depositata e ritirata.

L’ingresso di Amco

La nuova proposta resa pubblica ieri presenta alcune novità di rilievo. Innanzitutto l’ingresso di Amco nella schiera dei salvatori del gruppo Ferrarini. Amco (Asset management Company), società specializzata nella gestione di crediti deteriorati, è interamente detenuta dal ministero dell’Economia. Il suo ruolo sarà quello di mettere a disposizione nuova finanza entrando direttamente al 20% nel capitale della società veicolo Rilancio Industrie Agroalimentari, sostituendo con azioni i crediti vantati verso le società lussemburghesi azioniste di Ferrarini, crediti rispetto ai quali lo stesso gruppo Pini si è reso coobbligato. Amco è anche la società che detiene i crediti di BpVi e Veneto Banca, a sua volta creditrice, quest’ultima, di Ferrarini, per 40 milioni versati dall’azienda per operazioni “baciate” (acquisti di azioni della banca in cambio di affidamenti erogati) a suo tempo effettuate con la ex Banca popolare di Asolo e Montebelluna prima del suo default).

Soluzione al 33 per cento

Le novità del piano si riverbereranno anche sul trattamento del ceto creditizio. Come? Soddisfando integralmente i creditori privilegiati e quelli in prededuzione, e al 33% quelli chirografari, differenziati attraverso la formazione di distinte classi di rimborso. «Si tratta di una percentuale – dice al Sole 24 Ore Sido Bonfatti, a capo del team di consulenza legale del gruppo – che se venisse attestata renderebbe inammissibile la proposizione di concordati concorrenti».

La nuova architettura

Se otterrà l’omologa dei giudici reggiani, dunque, il piano porterà a una nuova architettura proprietaria del gruppo con Rilancio Industrie Alimentari (controllata da Pini e Amco) che deterrà l’intero capitale del gruppo Ferrarini. Amco potrà designare componenti degli organi societari e responsabili di funzioni di controllo, agendo come partner strategico nel turnaround.

Mentre la famiglia Ferrarini resterà nel board, il gruppo valtellinese Pini holding si dedicherà alla gestione aziendale, ai rapporti con la Grande distribuzione organizzata «Mettendo a disposizione – si legge in un comunicato dell’azienda– la propria rete commerciale nel mondo (la medesima che consentirà presto al Gruppo di superare i due miliardi di euro di fatturato), consentendo a Ferrarini di aumentare in modo esponenziale il raggio di azione all’estero e di promuovere il Made in Italy».

Nuovo stabilimento

Sempre nel comunicato si legge poi che se il piano di concordato verrà omologato dai giudici verrà realizzato «un nuovo moderno ed efficiente cottificio che sostituirà quello di Rivaltella, ma che sarà certamente ubicato nel territorio reggiano, possibilmente in prossimità di quello attuale. Il gruppo di società partecipate da Pini Holding – operando nel settore a monte della filiera non ha propri impianti – creerà pertanto una nuova realtà produttiva con la forza lavoro esistente, già specializzata». Il piano prevede poi che lo stabilimento in Polonia di Ferrarini sarà venduto dagli Organi della Procedura e che ogni produzione verrà trasferita in Italia.

La proposta alternativa

Quanto alla proposta alternativa che porta la firma del binomio Intesa Sanpaolo-Unicredit, ha già incassato il placet di Edwin Ferrari, presidente di Emilia Ovest e Andrea Benini di Legacoop Estense, oltre quello degli allevatori mantovani, modenesi e reggiani, preoccupati per la filiera italiana della macellazione, soprattutto a causa della concentrazione in Spagna e Ungheria delle attività del gruppo Pini.

I partner industriali sono il gruppo cooperativo Bonterre nel quale a inizio 2019 sono confluite Grandi Salumifici Italiani (già Unibon) top player nel mercato della salumeria italiana, e Parmareggio, marca leader nel settore del Parmigiano Reggiano (operatore di riferimento del mercato italiano ed europeo dei salumi di qualità, formaggio Parmigiano-Reggiano, snack e di piatti pronti), la O.P.A.S. (la più grande organizzazione di prodotto tra allevatori di suini in Italia) e la HP s.r.l.

«La cordata – aveva annunciato Intesa Sanpaolo all’epoca della presentazione del proprio progetto – metterà a disposizione dell’operazione capacità imprenditoriali e apporti di capitale a cui si unisce il sostegno finanziario di Intesa Sanpaolo che, con un ammontare di 35 milioni di euro disponibile per la durata del Piano Industriale presentato, intende sostenerne il successo».

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