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«Ferrari? È italiana e resterà in Italia»

«La Ferrari continuerà a fare tutte le sue vetture e a pagare le tasse in Italia». Non ci sarebbe notizia, in teoria: una «rossa» costruita lontano da Maranello semplicemente non sarebbe una «rossa». Fine del mito, fine dei ricchi utili. Ma è evidente che, se Sergio Marchionne torna a precisarlo, una ragione c’è. E sta sotto un capitolo già scritto dalle altre società del gruppo. Titolo: trasferimento della sede legale (e solo di quella, qui). Ad Amsterdam. Come hanno fatto Fca e Cnh. 
Finora ipotizzarlo era una pura questione di logica. Con la quotazione del 10% — «Ma la domanda è molto alta, stiamo valutando se venderne di più» — e con lo scorporo il Cavallino sarà contendibile. Dunque a Exor, cui andrà il 24%, non basterà l’asse con il 10% di Piero Ferrari contro eventuali scalate. Perciò era sembrato scontato il «percorso olandese». Perché la relativa legge sul doppio voto alle «azioni fedeltà» consente di blindare il controllo molto più di quanto non faccia la normativa italiana. Così, se «non abbiamo ancora preso alcuna decisione», di fatto indirettamente Marchionne conferma: Amsterdam non è solo un’ipotesi, il Cavallino resterà in tutto e per tutto tricolore ma «un’eventuale holding a monte servirà a favorire la quotazione». Invito conseguente: «Non facciamo confusione. Non c’entra niente con l’operatività e il fisco». Che sia il futuro di Maranello, a dominare la giornata del numero uno di Fca e Ferrari al Salone di Ginevra insieme al presidente-azionista John Elkann, è prevedibile. C’è spazio anche per un pronostico sportivo: Ferrari campione prima del 2018. Ma non è l’unico tema. C’è — presenza fissa — la questione fusioni: nel consolidamento che Marchionne giudica inevitabile, e in cui vuole giocare da preda e non da predatore, sarà «secondario chi compra chi, i merger del passato sono una cosa preistorica: non serve una logica da servo e padrone, servono fusioni nel senso di cooperazione e sviluppo industriale» (per questo, probabilmente, definisce «non ideale» un ipotetico matrimonio con Volkswagen). C’è ancora, e anche questo è ormai un classico, la conferma del feeling con Matteo Renzi: «Continui a fare il suo lavoro. Ho preso parecchi insulti anch’io: non se ne preoccupi, ha dimostrato il coraggio del cambiamento. Sul palcoscenico della politica vedo tanta gente che urla e mi viene quasi da ridere: la disoccupazione sta calando, un po’ grazie anche a noi, il Pil dicono sia positivo, lo spread è sceso… Quale altro obiettivo abbiamo?». Ci sono, infine, le battute di alleggerimento: dopo la visita a Mirafiori, dove il premier ha visto il primo Suv Maserati ed è «rimasto impressionato dal nostro impegno», «gli faccio l’offerta pubblicamente: ci dica come lo vuole, il Levante, e il primo è suo. Poi la blindatura la mette lui». A questo punto: una Panda blu a Sergio Mattarella no? Magari. Ma «quella è difficile da blindare».
È solo una parentesi. Perché tra i tanti temi caldi, e di ben più stretta attualità, ce n’è uno che Marchionne già sfiora quando accenna alla discesa della disoccupazione ed elogia il Jobs act. Ginevra si apre ventiquattr’ore dopo l’intesa di Melfi: venti turni in cambio di oltre mille assunzioni stabili. E con la conferma della ripresa del mercato italiano — mentre ieri la notizia che negli Usa, causa gelo e neve, le vendite sono salite «solo» del 6% ha favorito i realizzi e portato il titolo giù del 3,3% — la novità è l’annuncio che i nuovi ingressi nella fabbrica lucana «potrebbero salire a 1.900» dai 1.500 attuali (numero che comprende i 350 trasferimenti da Pomigliano e Cassino). Non solo: «Se la nuova Alfa e il Levante andranno bene come credo, penso che di assunzioni ce ne saranno altre». Almeno a Cassino.

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