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Ferrari: Borsa e sede estera

La Ferrari potrebbe avere una holding olandese che verrà quotata in Borsa. Lo ha detto Sergio Marchionne al Salone di Ginevra: l’eventuale holding olandese starebbe al di sopra della società produttiva «che continuerà ad operare e pagare le tasse in Italia». All’orizzonte c’è la quotazione del Cavallino a New York: «Tecnicamente potrebbe essere anche di una quota superiore al 10%» ha detto Marchionne.
La Ferrari potrebbe avere una holding olandese che verrà quotata in Borsa. Lo ha detto Sergio Marchionne, presidente della casa di Maranello e amministratore delegato di Fiat Chrysler, parlando con i giornalisti al Salone dell’auto di Ginevra. Marchionne ha precisato che «la cosa è allo studio, nessuna decisione è ancora stata presa», e ha detto che «la eventuale holding olandese starebbe al di sopra della società produttiva, che rimarrà comunque in Italia». Il vantaggio principale della holding olandese è lo stesso che ha portato all’emigrazione Fiat Chrysler e, prima di lei, Cnh Industrial: la possibiltà di un meccanismo di diritti di voto doppi per i soci stabili, che permetterà alla Exor della famiglia Agnelli insieme a Piero Ferrari (che ha il 10%) di conservare il controllo del Cavallino anche con una quota del capitale inferiore al 35 per cento. La creazione di una holding olandese aveva sollevato qualche critica già per Fiat. Per Ferrari non rischia di snaturare lo storico marchio del made in Italy? «Non bisogna confondere realtà finanziaria e operativa: Ferrari spa rimarrà italiana e continuerà a produrre e a pagare le tasse in Italia» dice il presidente.
Quello che potrebbe anche non arrivare in Italia è la quotazione in Borsa: il listino iniziale per le azioni del Cavallino, quello americano di Wall Street, potrebbe anche restare l’unico – ha detto Marchionne, il quale ha aperto all’ipotesi di mettere sul mercato più del 10% delle azioni. «Dobbiamo prendere la decisione giusta. Vendere il 10% sarebbe troppo poco se la domanda è molto superiore» ha spiegato il manager. I titoli addizionali verrebbero dal 90% in mano a Fca, visto che Piero Ferrari ha dichiarato di recente di non voler ridurre la propria quota. L’offerta iniziale di titoli Ferrari (Ipo), per la quale è in corso la scelta delle banche, potrebbe slittare dal secondo al terzo trimestre di quest’anno – ha detto il manager.
Marchionne ha detto che Ferrari venderà nel 2015 «un po’ più» che nel 2014. L’obiettivo della casa di Maranello, che ieri ha presentato al Salone la nuova 488 GTB, è sempre di vendere «un’auto in meno di quelle che il mercato chiede». Alla domanda sul calo dei margini nel 2014, Marchionne ha attribuito la responsabilità «ai costi della Formula Uno». Una Formula Uno cui il manager – che nell’ottobre scorso ha sostituito Luca di Montezemolo alla guida del Cavallino – si dedica con passione. «Vinceremo di nuovo il mondiale entro il 2018» ha assicurato, e ha detto di voler «battere la Mercedes in pista e non modificando le regole».
Per quanto riguarda il resto del gruppo, Marchionne ha detto che il numero di nuovi posti di lavoro a Melfi potrebbe salire da 1.500 a 1.900 (compresi i distacchi da altre fabbriche del gruppo) per effetto della domanda elevata per i due modelli prodotti nella fabbrica lucana – la Jeep Renegade e la 500X. «Puntiamo a spedire 3mila Jeep alla settimana da Melfi verso gli Usa». Dopo i risultati incoraggianti dei primi due mesi del 2015, Marchionne resta prudente sul mercato europeo, che «crescerà fra lo 0,5% e l’1% quest’anno». Una ripresa relativamente fragile, tanto che «non torneremo mai ai livelli pre crisi». Una ripresa che i politici non dovrebbero mettere a rischio, per esempio parlando di penalizzare i motori diesel. Sul piano politico è arrivato l’ormai consueto sostegno al Governo Renzi. «Abbiamo uno che sta lavorando, la disoccupazione scende, il Pil dicono sia positivo, lo spread è sceso, non ho capito quale altro obiettivo abbiamo… lasciamolo lavorare». Il jobs act «ha creato le condizioni perché altri investano nel paese».
Il manager ha poi detto che «sarà necessaria qualche forma di incentivo per aumentare la diffusione delle motorizzazioni ibride (con motori a benzina ed elettrici, ndr)». E Toyota, che riesce a vendere gli ibridi anche senza incentivi? “Loro sono grandi: la scala è importante, per queste iniziative ci vuole la dimensione; se lo possono permettere i grandi ma prima o poi dovranno farlo tutti, di testa o di piedi”. Il primo ibrido del gruppo Fca prodotto in serie arriverà nel gennaio prossimo al Salone di Detroit, e sarà un minivan targato Chrysler. Seguiranno gli altri marchi, tra cui Maserati nel 2017 “con una versione ibrida del Levante” conferma Harald Wester, responsabile di Maserati e Alfa Romeo.
Visto che le economie di scala sono importanti, immancabile la domanda su chi potrebbe essere candidato a una fusione con Fiat Chrysler. Marchionne ha risposto che «sicuramente non è il gruppo Volkswagen»; lunedì sera il numero uno di Volkswagen, Martin Winterkorn, a sua volta interpellato sulle possibili fusioni se l’era cavata con una battuta: «Sicuramente nessuno comprerà noi». Il manager Fca non è l’unico ad essere convinto che nei prossimi anni il numero dei costruttori sia destinato a diminuire: «Sappiamo bene che ci sarà un ulteriore consolidamento», ha detto ieri anche Carlos Ghosn, presidente di Renault.
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