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Fermo il gas verso l’Italia, allarme petrolio

di Stefano Agnoli

MILANO — Niente più gas dalla Libia— e per la prima volta un «tubo» che rifornisce l’Italia rimane a secco con la prospettiva di rimanerci a lungo— ma le preoccupazioni rimangono tutto sommate contenute. Continua ad arrivare per ora il petrolio, ma nei prossimi giorni la situazione potrebbe diventare più intricata. È questa la sintesi della movimentata giornata di ieri sul fronte degli approvvigionamenti di energia che arrivano dal Paese nordafricano in rivolta. Per fare il punto e preparare le contromisure più immediate si riunisce oggi al ministero dello Sviluppo il Comitato di emergenza composto dal ministro Paolo Romani, dal sottosegretario Stefano Saglia e dal direttore Gilberto Dialuce, con i tecnici delle società coinvolte. Al ministero si dovrà tenere conto di parecchi fattori. Intanto di quanto comunicato dall’Eni a Romani già nella serata di lunedì. Cioè che il gasdotto Greenstream sarebbe stato chiuso, cosa poi avvenuta, perché alcuni impianti di produzione di petrolio e gas del Cane a sei zampe avrebbero dovuto sospendere l’attività. Tecnici e operai libici, in parecchi casi, non si sono presentati al lavoro, rendendo quasi obbligatoria la decisione di «mettere in sicurezza» i giacimenti. Come ha fatto anche la spagnola Repsol, che si è aggiunta alle compagnie petrolifere che in un modo o nell’altro hanno annunciato l’addio, per il momento, al Paese. Il deficit di gas dovuto alla straordinaria fermata del gasdotto libico potrebbe, in realtà, essere un colpo assorbibile. Se si guarda ai consumi giornalieri di questo inverno (l’indicatore più concreto) si vede che l’import che arriva a Gela, in Sicilia, è addirittura un po’ meno del 10%di quello totale e un po’ meno dell’ 8%dei consumi nazionali complessivi: dalla Libia giungono tra i 20 e i 25 milioni di metri cubi al giorno, contro 96 dall’Algeria, 63 dalla Russia, 30 da Olanda e Norvegia. Poi ci sono la produzione nazionale (20-25) e soprattutto gli stoccaggi (60-70). Accelerando con gli altri gasdotti e soprattutto spremendo gli stoccaggi (è disponibile ancora il 40%prima di arrivare a quelli «strategici» ) si potrebbe quindi ovviare alla carenza. Secondo le simulazioni del ministero, se anche l’Algeria ci lasciasse a terra il sistema gas Italia ce la potrebbe ancora fare. «Abbiamo riserve fino a luglio» , ha detto Romani. Più delicata, in prospettiva, potrebbe diventare la situazione sul fronte petrolifero. Il personale portuale libico non carica le navi, e una petroliera della Saras ha dovuto fare marcia indietro. La Libia fornisce poco meno di un quarto del greggio che viene importato in Italia (il 23%), e se i suoi porti dovessero fermare l’attività, o se pozzi e pipeline dovessero subire danneggiamenti (secondo alcune voci ci sarebbero addirittura disposizioni di Gheddafi in questo senso), ci vorrebbe un po’ di tempo per cercare sui mercati spot il greggio che verrebbe a mancare. Operazione non banale in questo scenario mondiale arroventato, a causa del quale si dovrà, nel caso, anche mettere in preventivo un incremento di costi. Il brent, ieri, si è scambiato anche a 108,5 dollari al barile, il massimo da due anni e mezzo a questa parte. L’Opec si è detta disponibile ad aprire i rubinetti, ha concesso il ministro saudita del petrolio al Naimi. E a mali estremi, infine, estremi rimedi: l’Agenzia internazionale dell’energia potrebbe consentire all’Italia l’uso delle scorte strategiche, che coprono circa 100 giorni di consumi. Ma in un panorama complesso come questo, infine, va rilevato che l’interruzione del Greenstream potrebbe per qualcuno risolversi addirittura in un vantaggio. Edison, Gdf-Suez e Sinergia, che sono i clienti del gas libico dell’Eni, a causa della faticosa uscita dalla crisi e degli scarsi consumi interni lo rivendono in perdita. Il mancato arrivo potrebbe contribuire ad alleviare i loro conti.

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