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Fermi i tassi Usa, freno ai rialzi 2016

La Federal Reserve li aumenterà solo fino allo 0,875%, ripresa americana ridimensionata al 2,2 per cento Yellen: “Gli scenari non sono scolpiti nella pietra. Per noi è prudente mantenere l’attuale politica monetaria”

La gara di generosità tra banchieri centrali continua. Meno di una settimana dopo Bazooka- Draghi — come i mercati hanno definito le nuove misure della Bce per offrire credito aggiuntivo a condizioni di favore — arriva la risposta della banca centrale americana. La Federal Reserve non vuol essere da meno. Fatte le debite proporzioni: cioè per un’economia come quella americana che (a differenza dall’Eurozona) è al settimo anno di crescita e vicina al pieno impiego, la politica monetaria resta eccezionalmente espansiva. La risposta americana alla Bce si può condensare in questo annuncio: la Fed ridimensiona le sue previsioni sui rialzi dei tassi d’interesse, dimezzandole. Ancora a dicembre, la presidente Janet Yellen aveva pronosticato per il 2016 quattro rialzi dei tassi direttivi per un totale di un intero punto percentuale. Ieri ha ridotto il numero dei rialzi a due, per un aumento complessivo pari a 0,50%.
Un regalo all’economia americana, che si vede prolungare un costo del credito molto basso. La giustificazione, la Yellen l’ha dovuta cercare fuori dagli Stati Uniti: è dall’economia globale che giungono le preoccupazioni e i potenziali fattori di rischio. Cina, Giappone, Eurozona, ovunque si girano i banchieri centrali americani vedono rallentamenti e debolezze. Nelle ultime settimane per la verità le cose vanno un po’ meglio, lo dimostra anche la ripresa del prezzo del petrolio che la Yellen ha salutato come un segnale positivo. Ma per ora la Yellen preferisce “restare prudente”. La sua previsione sulla crescita americana la rivede un po’ al ribasso, il Pil a fine 2016 dovrebbe aumentare del 2,2% anziché 2,4%. Continua a prevedere invece un miglioramento sul mercato del lavoro, che oltre ad essere sotto il 5% di disoccupazione ufficiale sta anche registrando un ritorno di “disoccupati scoraggiati” che lentamente rientrano nella forza lavoro attiva.
Come sempre la Yellen avverte che previsioni e scenari “non sono scolpiti nella pietra”, la Fed si riserva di cambiare le sue valutazioni e i suoi atti. Ma allo stato attuale i ritocchi all’insù dovrebbero verificarsi solo a giugno, e poi un’altra volta prima della fine dell’anno. Guardando ai “benchmark lending rates”, quei tassi direttivi ai quali le banche commerciali si prestano fra loro a brevissimo termine le riserve parcheggiate presso la Fed, questi sono attualmente fra 0,25% e 0,50% e dovranno salire entro fine anno a 0,875%. Mai nella storia l’America aveva avuto un costo del denaro così basso dopo sette anni consecutivi di crescita.
La situazione resta quindi anomala, con le banche centrali — tutte quante dall’Europa al Giappone agli Stati Uniti — impegnate in una rianimazione “bocca a bocca” dell’economia reale. Quella degli Stati Uniti aveva appena intrapreso l’anno scorso il suo ritorno alla normalità, ma le turbolenze globali l’hanno costretta a farlo con estrema prudenza e gradualità. Dalla vera normalità siamo ben lontani, anche negli Usa, se si guarda alla politica monetaria. D’altra parte l’inflazione continua a rimanere al di sotto dell’obiettivo fisiologico del 2% che la Fed ha fissato. Perfino il recupero delle quotazioni del greggio secondo la Yellen non è tale da alimentare un sostanzioso rialzo dell’inflazione. Forse basta appena a scongiurare la deflazione.
Quello che stanno facendo altre banche centrali, contribuisce a fornire giustificazioni per l’estrema cautela della Fed. Con i tassi giapponesi ed europei finiti addirittura sotto lo zero, “relativamente parlando” l’America si ritrova in una mini-stretta monetaria in quanto il differenziale dei rendimenti si è divaricato in favore del dollaro. Più scendono sotto zero i tassi altrove, da Tokyo a Francoforte, più gli investimenti in bond Usa diventano relativamente più generosi.
Quindi anche stando ferma è un po’ come se la Fed alzasse il suo costo del denaro. Se gli altri vanno all’indietro, chi sta immobile… avanza. Nel mondo all’incontrario della deflazione i manuali di economia sono stati sostituiti da quel dizionario dei paradossi e dei controsensi che è “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll (vedi il celebre: “bisogna correre per rimanere fermi allo stesso posto”).
Wall Street ha reagito all’insegna della stessa prudenza e moderazione sfoderata dalla Yellen. Modesti rialzi dei listini americani hanno salutato l’annuncio che i tassi restano fermi per ora, e saliranno solo due volte entro fine anno.
La spiegazione: da una parte le Borse sono le prime beneficiarie quando la politica monetaria è generosa ed espansiva; dall’altra parte però i tassi bassissimi fanno male ai bilanci delle banche che riescono a estrarre maggiore profitto dalla clientela quando i tassi alti consentono di allargare la forbice tra rendimenti attivi e passivi.

Federico Rampini

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