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Fermate la recessione, prima che diventi cinese

di Danilo Taino

George Soros, finanziere e filantropo, dice che per uscire dalla crisi del debito, l'Eurozona deve creare una specie di ministero del Tesoro comune, sostanzialmente guidato dalla Germania. Il settimanale Economist è uscito venerdì scorso con una copertina nella quale presenta la propria proposta di salvataggio dell'euro, quattro azioni estremamente radicali, compresa una nuova governance dell'Europa promossa da Berlino. Il segretario al Tesoro americano Tim Geithner incontra i ministri finanziari europei per invitarli a fare qualcosa in fretta, partendo dalla leadership tedesca. Ancora più significativamente, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il suo ministro Wolfgang Schäuble stanno cercando uno spazio politico domestico per proporre una modifica dei trattati europei che consenta qualche forma di governo comune dell'economia dell'Eurozona.
Le menti, insomma, stanno iniziando a concentrarsi per cercare di mobilitare la Germania ed evitare una catastrofe finanziaria in Europa che metterebbe in ginocchio l'economia globale.
Realtà
Le buone notizie, ammesso che la discussione porti a risultati veri, finiscono però sostanzialmente qui. La realtà sottostante alla crisi iniziata nel 2007-2008 si sta manifestando ancora oggi in quello che viene indicato come l'inevitabile deleveraging che segue a decenni di politiche monetarie pro-attive che hanno gonfiato bolle e disequilibrato i valori a livello mondiale. E' in corso un ridimensionamento di questi eccessi, che annulli gli eccessi creati dal credito facile. Questo processo ha creato una recessione nel 2008-2009 e potrebbe crearne un'altra ora.
L'Istituto per l'economia mondiale Ifw di Kiel, uno dei più autorevoli in Germania, sostiene che l'area euro stia in effetti entrando in recessione. «Gli indicatori del ciclo — scrivono in un rapporto — predicono un declino del Pil reale nella seconda metà del 2011. La stagnazione dell'aggregato monetario M1 fornisce un segnale categorico di recessione». Le previsioni dell'Ifw indicano che per l'intero 2011 la zona euro crescerà di solo l'1,4% — lo 0,9% se si esclude la Germania, anch'essa comunque sull'orlo della contrazione economica — e che nel 2012 il Pil dell'Eurozona salirà di un modesto 0,6%. La disoccupazione dovrebbe salire dall'attuale 10,1 al 10,6% l'anno prossimo. Pessimo. Gli Stati Uniti potrebbero non entrare in piena recessione, ma la contrazione in atto dell'attività è forte, nonostante gli «stimoli» voluti dal presidente Obama e dalla Fed guidata da Ben Bernanke: nel 2011 la crescita sarà attorno all'1,6%, dal 3% dell'anno scorso, e nel 2012 non andrà molto meglio. Il Giappone è in recessione e la crescita del Pil della Cina dovrebbe passare dal 10,3% dell'anno scorso al 9% nel 2011 e all'8% nel 2012.
Già, la Cina. Finora percepita come paradiso di crescita e speranza di un mondo che ha bisogno di locomotive. Anche l'impero di mezzo sta iniziando a suscitare timori non da poco. Non solo dovuti all'inevitabile freno delle esportazioni se i Paesi ricchi entreranno in recessione ma soprattutto a causa degli squilibri che si sono creati in anni di boom economico straordinario e di facilità di credito (gli investimenti sono un incredibile 50% del Pil, un livello che rende quasi inevitabile un'allocazione forzata e improduttiva delle risorse). L'economista Nouriel Roubini prevede da mesi che la Cina avrà un hard landing (uno stop netto della crescita) dopo il 2013.
Sciarada
In un recentissimo rapporto, la società di ricerca Oxford Economics ha tracciato uno scenario di hard landing per l'economia cinese, con un 10% di probabilità che si realizzi tra la fine di quest'anno e il prossimo. Prenderebbe le seguenti forme: «La fuga dal rischio porta alla caduta dei prezzi delle azioni e degli immobili; i prezzi delle proprietà commerciali crollano e la debolezza esterna mette sotto stress il settore bancario; gli investimenti in Cina si fermano perché il governo deve ricapitalizzare le banche; la catena delle forniture in Asia risulta colpita dal motore interno della crescita che si blocca». In questo quadro, il Pil cinese scenderebbe dal 10,3% dell'anno scorso al 7,8% di quest'anno e al cinque per cento del 2012. Numeri che per Pechino, in crescita costante da trent'anni, equivarrebbero a una recessione, soprattutto in termini di aumento della disoccupazione.
Il fenomeno di deleveraging, in altre parole, continua nei Paesi avanzati e potrebbe estendersi anche a quelli emergenti, attraverso un processo che coinvolge l'intera economia. Il punto di maggiore rischio nei prossimi giorni rimane la Grecia, dove il primo ministro George Papandreou tenta disperatamente di rendere sostenibile un'austerità probabilmente insopportabile per il Paese. Ma i punti di crisi si moltiplicano e l'aggiustamento dopo i passati eccessi del credito è pienamente in atto. Frau Merkel può solo renderli meno drammatici.

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