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«Fermate il Brevetto europeo Il Made in Italy sarà spiazzato»

MILANO — «Costi di contenzioso enormi per le nostre imprese». E ancora: «In caso di lite l’ipotesi che una nostra azienda venga citata per contraffazione davanti alla Corte tedesca, la quale potrà disporre sanzioni, tra cui il blocco della produzione e persino il sequestro dei prodotti». Infine: «Gran Bretagna, Francia e Germania sono d’accordo nello spartirsi le Corti centrali tra Londra, Parigi e Monaco di Baviera in base ad un assurdo criterio per materia e all’Italia neanche una sede locale».

Non c’è che dire. Si tratta di una vera e propria levata di scudi da parte di una trentina tra i massimi giuristi italiani esperti di proprietà intellettuale. Accuse contenute in una lettera spedita il 30 maggio ai ministeri della Giustizia e degli Esteri, al dicastero dello Sviluppo Economico e a Confindustria e Confapi che maggiormente si stanno spendendo affinché l’Italia accetti senza remore il Brevetto unico europeo, uno schema giuridico che punta ad offrire agli inventori ed alle imprese uno strumento unico per proteggere i marchi, i modelli e le invenzioni realizzate nei 25 Stati dell’Unione tutelandole (secondo l’impostazione prevalente a Bruxelles) dalla sfrenata concorrenza in materia di ricerca e innovazione di Stati Uniti, Cina e Giappone, tra le best practice a livello mondiale.

Pochi giorni fa un’entusiasta Michel Barnier, commissario europeo al mercato interno, ha contabilizzato la futura adozione del Brevetto unico «in una riduzione dell’80%» dei costi per chi decide di brevettare con questo sistema. Di più: secondo le stime della Commissione europea l’abbattimento delle spese per la registrazione europea passerebbe dagli attuali 36 mila euro — tra convalida, traduzione e tasse locali — a 4 mila euro, anche perché un emendamento presentato a Strasburgo ha già reso possibile il rimborso dei costi di traduzione per pmi, università e centri di ricerca. Detta così sembrerebbe una battaglia di retroguardia per difendere un Paese fortemente in ritardo in tema di innovazione e nulla più, tanto che nel 2012 l’Italia ha depositato solo 4 mila brevetti contro gli oltre 34mila della Germania. Secondo Giuseppe Sena, uno dei firmatari della lettera, professore emerito di diritto industriale all’università degli Studi di Milano e cotitolare dello studio legale internazionale Sena-Tarchini la recente adesione dell’Italia all’accordo sul Tribunale unificato dei brevetti (11 gennaio 2013) — considerata la precondizione per il Brevetto unico europeo — è un vero e proprio autogol: «Non è accettabile che tutto si svolga in tre lingue (inglese, francese e tedesco, ndr. ). Soprattutto è necessario prima attendere l’esito dei giudizi di nullità intentati dalla Spagna». Sì, perché proprio i nostri cugini iberici hanno fatto appello alla decisione della Corte di giustizia europea che ha bocciato il primo ricorso presentato anche dall’Italia. Il ministro per le Politiche comunitarie, Enzo Moavero Milanesi, che si è preso in carico il dossier vista la stretta attinenza con le normative europee, ha recentemente aperto all’istituzione del Tribunale unico per i brevetti Ue che avrà sede a Parigi e si occuperà della gestione unitaria delle controversie a partire dal 2015. Un inatteso dietrofront rispetto a quanto sembrava essere la linea italiana. E che sconfessa l’azione di tre eurodeputati italiani — Claudio Morganti, Giuseppe Rossi e Giancarlo Scottà — che hanno a più riprese cavalcato l’irritazione di una parte del mondo imprenditoriale.

Dice Gabriel Cuonzo, avvocato dello studio Cuonzo-Trevisan, che in questo caso si è di fronte al paradosso di «voler formalmente aiutare le nostre imprese nella procedura di brevettazione, ma sostanzialmente le si espone a dei costi di contenzioso di migliaia di euro sostenibili soltanto dalle grandi aziende». Di parere totalmente opposto è Paolo Markovina, manager con delega ai brevetti di Electrolux Italia (la multinazionale degli elettrodomestici) e presidente di Aicipi, l’associazione dei consulenti ed esperti di proprietà industriale, che parla «di battaglia di lobby da parte del mondo dei professionisti perché timorosi di essere emarginati da parte delle imprese nella consulenza legata alla procedura di domanda di brevetti». Certo è che indispone — almeno soltanto per motivi di puro campanilismo — che la lingua italiana non sia stata presa in considerazione tra le lingue ufficiali in materia di tutela delle opere di ingegno.

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