Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Federalismo con i buchi

di Sergio Rizzo

I numeri «parlano di per sé». Non hanno altri commenti da fare, i giudici della Corte dei conti, davanti ai risultati della loro indagine sull'uso dei derivati da parte dei Comuni e delle Province. Solo un'amara notazione, ricavata dalle audizioni di «numerosissimi responsabili» della finanza degli enti locali: «Questi contratti, almeno per la gran parte di essi, sono stati quasi tutti subìti dagli uffici finanziari degli enti, i cui responsabili oggi si augurano solo di poterli chiudere quanto prima con il minor danno possibile». Perché il danno rischia di essere niente affatto trascurabile.

Profondo rosso

Basta dire che al 31 dicembre 2009 il risultato atteso (tecnicamente il mark to market depurato dei flussi finanziari realizzati fino a quella data) come conseguenza dei contratti di finanza derivata stipulati negli anni da Comuni e Province era negativo per oltre 885 milioni di euro: 700 di competenza dei municipi e 185 delle amministrazioni provinciali.

Un fallimento totale, se queste stime saranno alla fine confermate, della strategia che aveva fatto scoppiare anche negli enti locali la febbre dei derivati. Il ricorso a questi strumenti era stato autorizzato all'inizio del decennio scorso dal precedente governo di Silvio Berlusconi, con l'intento di alleggerire la spesa per gli interessi per i debiti di Comuni, Province e Regioni. Ebbene, il bilancio che ora ne ha tratto la Corte dei conti non può certamente essere considerato lusinghiero.

La sentenza

Eccolo: «Il risultato voluto, nella generalità dei casi, non è stato raggiunto. Il costo medio aggiuntivo che va a gravare sulla finanza dei Comuni è pari al 4,3% del valore nominale del debito sottostante. In alcuni ambiti regionali questo valore si impenna, come nella Regione Piemonte (10,2%), nella Campania (10,16%), nella Basilicata (9,84%), nella Toscana (7,60%), nella Liguria (5,88%), e così via fino agli enti della Regione Lombardia dove il valore negativo misura appena lo 0,64%».

Questo per i Comuni, ma non va meglio per le Province, dove l'aggravio dell'indebitamento «assume un valore medio ancora più elevato: 5,1%». Dice la Corte dei conti: «Gli ambiti regionali in cui l'incidenza del valore finale del derivato, rispetto al valore del nozionale, è più forte sono quelli del Lazio (8,34%), del Piemonte (7,33%) e della Lombardia (7,19%)».

Il fatto è che l'uso dei derivati è stato tanto generalizzato quanto spesso scriteriato. Le amministrazioni comunali e provinciali privi di competenza e di esperienza specifica si sono affidate ad advisor talvolta in aperto e grave conflitto d'interessi. Quando non direttamente agli stessi istituti di credito che proponevano loro gli strumenti di finanza creativa. Per giunta, alcuni contratti (82 per i soli Comuni, pari all'8,6% del totale) sono sottoposti «a una giurisdizione non italiana». Scrivono a questo proposito i magistrati contabili: «A parte i problemi di diritto internazionale privato e l'oggettiva difficoltà di conoscenza della legislazione e giurisprudenza di un Paese straniero, nell'eventualità di un contenzioso l'ente dovrebbe accollarsi maggiori oneri e rischi e questo, certamente, non risponde a principi di sana amministrazione».

Ampiamente negativi

Il risultato è che dei 965 contratti di derivati siglati da 655 Comuni, ben 688, cioè il 71,3% del totale, aveva a fine 2009 il segno negativo. Non c'è una sola Regione, nella quale siano stati stipulati questi accordi bancari da parte dei sindaci, che vanti a tutt'oggi un esito positivo degli stessi. Parliamo di un volume di debito coinvolto in contratti di finanza derivata, per i soli Comuni, di 16,3 miliardi di euro: un quarto dell'intera esposizione comunale. Il record si riscontra nella Regione Lazio, con 3 miliardi 894 milioni, seguita dalla Lombardia, con 2 miliardi 141 milioni.

E veniamo alle Province. Su 121 contratti stipulati dalle Province, quelli con segno negativo sono 97: l'80,16%. In testa a tutti c'è la Lombardia, i cui enti provinciali rischiano di rimetterci 76 milioni.

Quasi inevitabile che in una situazione del genere si cercasse di correre ai ripari, con l'estinzione anticipata degli accordi con le banche. Finora si è riusciti a farlo soltanto in 314 casi: 296 Comuni e 18 Province. Chi non ha potuto oppure semplicemente non ha voluto, come suggerisce la Corte dei conti, incroci le dita.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Colpo di scena sui contenziosi del Montepaschi. La banca senese, con delibera unanime del cda presa...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Un percorso virtuoso richiesto alle aziende per limitare gli impatti sociali e occupazionali della ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Su Quota 102-104, l’ipotesi del Mef per evitare un ritorno immediato alla legge Fornero con uno s...

Oggi sulla stampa