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Federal Reserve pronta alla svolta fine vicina per la droga monetaria

NEW YORK — I riflettori dei mercati mondiali sono puntati su una centenaria. La Federal Reserve compie un secolo, due giorni prima di Natale. Fu fondata il 23 dicembre 1913 dal presidente Woodrow Wilson, come risposta (un po’ tardiva) al crac finanziario del 1907. Oggi le celebrazioni del centenario della banca centrale più potente del mondo s’intrecciano con le previsioni su una svolta storica: ben presto finirà quell’esperimento eccezionale che va sotto il nome di “quantitative easing”, i massicci (85 miliardi al mese) e prolungati (3 anni) acquisti di bond sul mercato aperto. Sotto la presidenza di Ben Bernanke, questa terapia senza precedenti ha contribuito a sollevare l’America dalla crisi più grave dopo la Grande Depressione degli anni 1930. L’uscita di scena di Bernanke, che presiede oggi l’ultimo meeting della sua carriera, coincide con una ripresa così solida da consentire la fine della “droga monetaria”. Non subito, però. Toccherà al successore di Bernanke, Janet Yellen, la prima donna a guidare la banca centrale, il compito di annunciare la data della svolta. Le previsioni dei mercati sono divise tra due date: gennaio o marzo del 2014. Per il 42% dei gestori di fondi, è a marzo che la Fed comincerà a ridurre gradualmente i suoi acquisti di bond, quelle operazioni di mercato aperto attraverso le quali ha pompato liquidità all’economia reale. Un terzo dei gestori Usa invece prevede un cambiamento più ravvicinato, a gennaio. E tuttavia l’avvicinarsi dell’“inizio della fine”, come lo definisce il New York Times giocando sull’immagine apocalittica, non sta provocando particolari apprensioni.
L’attenzione degli investitori si è spostata altrove: sulla solidità della crescita americana, sul miglioramento delle prospettive nei paesi emergenti e perfino nell’eurozona. La tranquillità apparente con cui i mercati si preparano all’“inizio delle fine” dipende anche da un altro elemento. Dopo alcune turbolenze serie nella scorsa primavera, Bernanke è riuscito a far passare questo messaggio: la fine degli acquisti di bond
non significa affatto che la politica monetaria diventerà meno espansiva. Il sostegno alla crescita proseguirà con altri mezzi. I tassi d’interesse direttivi resteranno inchiodati a zero per un periodo lungo: almeno fino al 2015 o fino a quando il tasso di disoccupazione non scenderà verso il 6% (attualmente è al 7%). Dopo il “quantitative easing” e gli acquisti di titoli sul mercato, il compito di sostenere la ripresa passerà alla “forward
guidance”: letteralmente, una guida sul futuro. La Fed userà cioè dei suoi poteri di comunicazione, per convincere i mercati sulle sue intenzioni di mantenere il costo del denaro ai minimi storici per un periodo molto lungo. Questo corrisponde perfettamente all linea politica della nuova presidente. La Yellen, designata da Obama, è una democratica con idee molto progressiste sulla politica economica. Ancora più “colomba” di Bernanke, la futura presidente è determinata a fare della lotta alla disoccupazione la priorità della sua azione, almeno finché il numero dei senza lavoro resta elevato. Inoltre la Yellen è convinta che ci sia ancora un pericolo di deflazione che incombe sull’economia americana e globale. Tutto questo, insieme con le politiche della Banca del Giappone e della Banca d’Inghilterra, mutuate da quelle della Fed, rende gli investitori ottimisti sul fatto che la liquidità continuerà ad abbondare sui mercati. Va aggiunto che dopo anni di battaglia politiche tra il Congresso e la Casa Bianca sul bilancio federale, nelle ultime settimane i repubblicani sono diventati più arrendevoli e hanno accettato un compromesso bipartisan che sancisce la quasi-pace per un paio d’anni. Anche il fronte della politica di bilancio Usa ha smesso di essere un potenziale focolaio di crisi. C’è però qualche voce autorevole che esprime scetticismo sulla “forward guidance”: tra gli altri gli economisti Stanley Fischer e Adam Posen sostengono che una volta consolidata la ripresa i mercati cominceranno a scommettere sui rialzi dei tassi e la Fed non avrà il potere di impedirglielo. Un rialzo dei tassi avrà a sua volta conseguenze, per esempio provocando perdite sui portafogli di titoli a reddito fisso, obbligazioni o buoni del Tesoro.

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