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Fed «Whatever it takes»: l’ ultima tentazione di Janet

Un dietrofront significativo, capace di riportare — almeno a parole — la politica monetaria della Federal Reserve più vicina a quella delle altre banche centrali. Il tempo della liquidità a basso costo non è ancora finito. Anzi. Sconfitto di nuovo il fronte dei falchi, il presidente della Fed Janet Yellen si appresta a essere più conciliante verso le richieste dei mercati. Ma crescono dubbi sulle giustificazioni per questo atteggiamento di politica monetaria.

Il casoDa dicembre a oggi non era mai stata così. Parlando dall’Economic club di New York, la Yellen ha sorpreso molti, sia fra gli operatori dei mercati finanziari sia tra chi è nel mondo delle banche centrali. Come spiega un alto funzionario della Fed, dietro anonimato, «il discorso della Yellen a New York è stato perfino più accomodante di quanto si potesse pensare». Il riferimento riguarda una frase in particolare, presente al terzo paragrafo del discorso pronunciato dal numero uno della Fed. «Queste previsioni (quelle macroeconomiche contenute nel secondo paragrafo, ndr ) non sono un piano scritto nella pietra che sarà portato avanti a prescindere dagli sviluppi economici», ha detto la Yellen. Il tutto prima di ricordare al fronte dei falchi presenti nel braccio decisionale della Fed, il Federal open market committee (Fomc), che è possibile tornare indietro e fare ancora molto per sostenere l’economia domestica. Traduzione: è possibile tagliare il tasso di riferimento e allungare il periodo di detenzione degli asset pubblici in pancia alla Fed. Una sorta di Quantitative easing (allentamento quantitativo, o Qe) in versione soft.

Ed è questo il contrario di quanto richiesto da James Bullard ed Ester George, a capo della Fed di St. Louis e di Kansas City. Il primo, a differenza della seconda, è uno degli economisti più quotati dentro il Fomc. Conosce bene il valore dei dati e il loro effetto nella creazione delle aspettative nei mercati finanziari. Ma Bullard è anche consapevole che più si convincono gli operatori che la Fed farà tutto ciò che questi desiderano (cioè più liquidità) più l’istituzione di Washington sarà intrappolata nelle aspettative che lei stessa ha creato.

A perdere potere nel Fomc sono però anche John Williams, della Fed di San Francisco, e Dennis Lockhart, di quella di Atlanta. La settimana prima di Pasqua, infatti, sia Williams sia Lockhart avevano dato per certo che in aprile sarebbe stata attuata la seconda fase dell’exit strategy cominciata a dicembre 2015. «Sono stati commenti prematuri, come si è visto. La situazione era e resta fluida», spiega una fonte interna alla Fed, senza aggiungere altro.

Il linguaggioFluido, nel linguaggio delle banche centrali, significa che ci sono troppe variabili che determinano un risultato. Difficile quindi che si possa arrivare all’obiettivo senza una precisa valutazione della realtà economica. Ecco perché la Yellen ha spiegato al versante dei rigoristi del Fomc che se è vero che l’occupazione è vicino ai massimi, ci sono ancora diverse zone oscure. «Troppi lavori temporanei e stagionali», ha spiegato la Yellen. Tanto basta per ritardare il ritorno alla normalità.

L’accerchiamento riservato da Yellen e i suoi alleati, Stanley Fischer e William Dudley su tutti, è servito a convincere il Fomc che la via da seguire è quella del pragmatismo adattivo. Prima si raccolgono i dati e si analizzano, poi si decide cosa fare. Senza dogmi né pregiudizi. Del resto, uno dei membri non votanti del Fomc, il presidente della Fed di Chicago Charles Evans, ha rimarcato la scorsa settimana che si attende due incrementi dei tassi nel corso del 2016. «Tutto dipende da come andrà l’economia. Non possiamo far altro che restare ancorati ai dati», ha spiegato Evans, noto nell’ambiente della Fed per le sue posizioni accomodanti.

Intanto, i mercati hanno capito al meglio le parole della Yellen. Secondo il FedWatch della Chicago mercantile exchange (Cme), che ogni settimana monitora i futures sul tasso d’interesse della Fed, c’è una probabilità del 46% che il prossimo rialzo avvenga a luglio, che sale al 56% se si guarda a settembre. Prima del discorso della Yellen, le percentuali erano rispettivamente a quota 51% e 63%o. Gli operatori quindi credono che il sentiero di normalizzazione sia ancora lungo e capace di riservare della sorprese? «Probabilmente non è finita qui — spiega Nomura in una nota riservata ai clienti istituzionali —. Perché la Yellen ha lasciato intendere che è pronta a fare qualunque cosa sia necessaria per garantire all’economia statunitense la spinta propulsiva necessaria per evitare un rallentamento».

Come Draghi?In altre parole, secondo parte degli operatori, la valenza del discorso della Yellen a New York potrebbe essere facilmente equiparata a quello pronunciato da Mario Draghi a Londra nel luglio 2012. «Il significato era quello: la Fed c’era, c’è e ci sarà», commenta J.P. Morgan. L’incognita più significativa riguarda però quanto e in che modo sarà presente. Infatti a Washington, nella cerchia dei think tank circola una domanda con sempre maggiore insistenza: «Quale sarà la prossima scusa che userà la Yellen, con il Fomc e coi mercati, per non alzare i tassi?».

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