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Fed vede la ripresa ma taglia il Pil

La Federal Reserve prosegue sulla strada di graduali riduzioni delle politiche di sostegno alla crescita, che accompagnino un progressivo anche se men che brillante miglioramento dell’economia americana.
La Banca centrale ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita nel 2014 al 2,2% dal 3% per tener conto della battuta d’arresto nel primo trimestre. Ma ha sfoggiato ottimismo per un nuovo slancio dell’espansione in corso, citando schiarite occupazionali, recuperi dell’attività economica e rilanci degli investimenti aziendali. Abbastanza da proseguire il suo “tapering”, riducendo gli acquisti di asset di altri dieci miliardi a 35 miliardi. E soprattutto da correggere al rialzo le attese medie per i tassi d’interesse nei prossimi due anni: a fine 2015 i tassi interbancari dovrebbero salire all’1,2%, anzichè all’1,125% e nel 2016 al 2,5% invece che al 2,4 per cento.
La Fed, con le nuove proiezioni al termine di due giorni di riunione al vertice conclusi da decisioni unanimi, ha segnalato di essere pronta a strette di politica monetaria relativamente più aggressive nel breve periodo di quanto immaginato, invocate da chi crede che la Banca centrale non possa fare altro per la crescita e debba semmai premunirsi contro l’inflazione. I prezzi al consumo sono reduci da un aumento in maggio del 2,1%, il massimo dal 2012.
La Banca centrale, sotto la guida di Yellen, rimane però molto attenta a cercare un equilibrio sensibile alla crescita: ieri ha anche corretto, questa volta al ribasso, le proiezioni medie sui tassi nel lungo periodo. I tassi interbancari potrebbero attestarsi al 3,75%, sotto il 4% ipotizzato in precedenza e considerato in passato la soglia neutrale del costo del denaro, che non ha effetti di stimolo o di freno.
Yellen, nella conferenza stampa successiva ai comunicati Fed, ha spiegato come la Fed «anticipi che sia appropriato mantenere gli attuali tassi tra lo 0 e lo 0,25% per un considerevole periodo dopo la fine degli acquisti di asset» attesa in ottobre. E che, in futuro, le condizioni economiche potrebbero comunque «richiedere tassi inferiori a quanto normalmente considerato appropriato per il lungo periodo».
Nel rivedere in dettaglio le stime economiche, la Banca centrale ha pronosticato una disoccupazione, oggi al 6,3%, scesa al 6-6,1% entro fine anno e verso il 5% nel 2016. L’espansione dovrebbe viaggiare attorno al 3% nei prossimi due anni, sostanzialmente invariata rispetto a precedenti calcoli. Il potenziale di crescita, nel lungo periodo, potrebbe tuttavia rimanere imbrigliato: la Fed ipotizza possa fermarsi al 2,1% (contro il tipico 2,5%), legittimando la necessità di tenere bassi i tassi d’interesse. Yellen ha inoltre sottolineato le sfide ancora oggi aperte per l’economia, a cominciare da una disoccupazione, soprattutto superiore ai sei mesi, che comunque «rimane elevata e una significativa sotto-utilizzazione delle risorse sul mercato del lavoro».
La disoccupazione di lungo periodo gioca un ruolo cruciale nel dibattito di politica monetaria della Banca centrale. Yellen e la maggioranza dei vertici della Fed sono convinti che mantenere tassi vicini allo zero può stimolare la crescita e assorbire ancora parte di questi disoccupati. Se è vero che sono dimezzati rispetto ai 6,8 milioni di quattro anni or sono, il loro numero secondo Yellen tiene tuttora bassa l’inflazione e i salari rendendo efficace una politica accomodante. Studi citati dal presidente della Fed hanno indicato che i disoccupati di lungo termine tornano al lavoro dopo il reimpiego dei recenti licenziati, che sono ormai tornati a livelli pre-recessione. Altri esponenti della Fed, compreso il democratico Alan Krueger, contestano però questa tesi: ritengono che i senza lavoro di lungo termine siano ormai ai margini del mercato, quindi non influenzino salari e inflazione. E rendano inutili eccessivi prolungamenti di tassi a zero, richiedendo piuttosto interventi pubblici mirati a reintegrarli.

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