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Fed: tassi bassi ancora a lungo

di Daniele Roveda

La politica di monetizzazione del debito si concluderà definitivamente fra due mesi, ma la Federal Reserve non ha nessuna fretta di alzare i tassi di interesse americani perché l'inflazione resta per il momento sotto controllo e l'economia Usa ha ancora bisogno di una spinta. Ben Bernanke non ha avuto un momento di esitazione ieri quando ha illustrato in gran dettaglio i ragionamenti alla base delle sue decisioni di politica monetaria, e ha confermato che per un periodo «prolungato» nulla cambierà. Rilassato, sciolto, preciso ed esauriente, il governatore della Federal Reserve ha concluso ieri a pieni voti la sua prima conferenza stampa dal vivo con i giornalisti, un'iniziativa presa per aumentare il grado di trasparenza della politica monetaria americana.

Bernanke ha confermato che il secondo round da 600 miliardi di dollari di acquisti di titoli pubblici finirà come previsto a giugno, e un terzo round è estremamente improbabile. Anche se i titoli di stato e i mortgage-backed securities, i titoli garantiti da mutui, verranno reinvestiti. Perché lo stop di giugno, è stata una domanda, se questa iniziativa è stata efficace a stimolare l'economia e far salire la Borsa? «Il trade-off di questa politica sta diventando meno favorevole dato che l'inflazione è in salita», ha risposto Bernanke. In altre parole il rischio di rinfocolare il trend inflazionistico è troppo alto rispetto ai benefici di uno altro stimolo economico.

Ciò detto, la Banca centrale ha intenzione di mantenere i tassi di interesse praticamente a zero (i tassi sui federal funds resteranno tra lo zero e lo 0,25%) per un periodo prolungato, aggettivo opaco di dubbia interpretazione. «Per periodo prolungato si intende un paio di riunioni del comitato esecutivo» ha chiarito il governatore. Il Federal Open Market Committee si riunisce ogni sei settimane circa.

Bernanke ha offerto anche chiare spiegazioni sull'andamento del dollaro con una dettagliata risposta a chi lo critica, in casa e all'estero, per avere perseguito la strategia del dollaro debole e "svilito" la valuta americana. «I fattori che determinano i tassi di cambio sono molteplici – ha precisato -. Ma il corso attuale della politica monetaria ha il duplice obbiettivo di stimolare la crescita economica mantenendo sotto controllo l'inflazione. Nel medio periodo quindi questa politica avrà effetti positivi sul dollaro».

Il governatore ha offerto un quadro generalmente ottimistico nonostante la lieve correzione al ribasso delle previsioni sulla crescita e al rialzo sull'inflazione. La Fed prevede oggi che il tasso di inflazione quest'anno sarà pari all'1,3-1,6% anziché l'1-1,3% calcolato in gennaio, ma per Bernanke l'aumento dei prezzi trainato dall'impennata delle materie prime è un fenomeno «temporaneo». Altrettanto temporaneo è il lieve rallentamento della crescita del Pil (la stima è scesa dal 3,4-3,9% di gennaio al 3,1-3,3%) causato dalla perdita di sprint nel primo trimestre.

Che dire del pericolo di inflazione alla luce di un aumento delle aspettative di inflazione per il 2011 dall'1,3-1,7% al 2,1-2,8%? Bernanke pare tranquillo, pur riconoscendo che la situazione dovrà essere tenuta sotto controllo attentamente dalla Fed. Ma Bernanke ha lasciato intendere che l'obbiettivo di stimolare l'economia e far scendere il tasso di disoccupazione riveste enorme importanza. «Abbiamo tutti visto i risultati della disoccupazione di lungo periodo in Europa» ha detto.

Secondo le ultime proiezioni della Fed, il tasso di disoccupazione in Usa dovrebbe scendere all'8,4-8,8% nel 2011, una previsione lievemente più ottimistica che in gennaio. Per finire, il governatore telegenico ha defnito «costruttiva» la minaccia di downgrade dell'America fatta da Standard&Poor's: «Incoraggia Washington a risolvere la crisi fiscale, il più grave problema per il Paese nel lungo periodo».

 

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