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Fed taglia gli stimoli all’economia

NEW YORK — La Federal Reserve comincia a crederci: a una ripresa americana capace di reggersi sulle proprie gambe. La banca centrale anticipa — rispetto alle attese dei mercati — l’inizio della fine della “droga monetaria”. La maggioranza degli investitori si aspettavano questa mossa a marzo, invece avverrà fin da gennaio. Lo ha annunciato ieri Ben Bernanke nella sua ultima conferenza stampa, anche per lui gennaio 2014 è “l’inizio della fine”. Il suo mandato giunge a conclusione e Barack Obama ha designato a succedergli la prima donna banchiere centrale, Janet Yellen. A coronamento di una carriera eccezionale (“ma spero di vivere abbastanza per leggere cosa ne diranno i manuali di storia”, ironizza lui) Bernanke ha ottenuto di anticipare questo gesto simbolico. L’esperimento che lui ha condotto per quasi quattro anni, chiamato “quantitative easing”, ha dispiegato nuovi strumenti per rianimare la crescita dopo lo shock sistemico del 2008. La Fed sta tuttora acquistando bond sul mercato aperto al ritmo di 85 miliardi al mese. E’ un intervento senza precedenti, per dare credito all’economia a tassi storicamente bassi. É anche servito — senza dichiararlo — a favorire una svalutazione competitiva del dollaro. Ma la cura o “droga” monetaria ha contribuito a una ripresa che ormai supera il terzo anno di durata. In particolare Bernanke prende atto che il miglioramento è sensibile su quello che definisce “l’indicatore economico più importante”: il tasso di disoccupazione, sceso dal 12% della recessione al 7% di oggi. Ecco allora la decisione: già a gennaio la Fed ridurrà i suoi acquisti di bond (titoli di Stato e obbligazioni bancarie legate ai mutui) di 10 miliardi, scendendo così dagli 85 miliardi a 75 mensili. È l’inizio di quello che in gergo viene definito il “tapering”: riduzione graduale, fino a esaurimento. Tuttavia lo stesso Bernanke ha rassicurato i mercati sul fatto che non siamo ancora a una svolta restrittiva. I tassi direttivi della banca centrale resteranno inchiodati a quota zero per un periodo lungo, almeno fino al 2015. «Occorre che la disoccupazione scenda sotto il 6,5%». La Fed vuole anche vedere rianimarsi l’inflazione, che oggi è dello 0,7%, fino al 2%. Un indice dei prezzi così piatto come quello attuale continua a far temere il rischio- deflazione. Proprio mentre la Fed celebra il centesimo anniversario dalla sua nascita (venne istituita dal presidente Woodrow Wilson il 23 dicembre 2013), l’annuncio di ieri ha il sapore di una semi-vittoria. Usando risorse senza precedenti — oltre 3.100 miliardi di dollari gettati sui mercati per comprare bond — e tenendo i tassi a zero per 4 anni, la banca centrale sotto Bernanke ha interpretato in modo audace il proprio mandato: che impone non solo di vigilare sulla stabilità dei prezzi ma anche di sostenere crescita e occupazione. I più generosi vedono nelle scelte della Fed un fattore decisivo per l’uscita dell’America dalla crisi con almeno tre anni di anticipo sull’Europa. I mercati ieri hanno reagito bene, con l’indice Dow Jones che ha sfiorato i 300 punti. In parte la Borsa Usa ha accolto bene il messaggio di Bernanke su una ripresa in grado di camminare da sola. In parte ha festeggiato l’altra metà del messaggio: su una politica monetaria che resta espansiva. Il mercato dei titoli del Tesoro ha dato retta soprattutto al primo aspetto del messaggio, quello sulla ripresa, tant’è che i tassi sui buoni pubblici sono risaliti.

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