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Fed: il rialzo dei tassi sarà graduale

La Federal Reserve aspetta Donald Trump. Oppure, forse, “chiama” il suo bluff. La Banca centrale americana ha lasciato ieri i tassi d’interesse invariati al termine di due giorni di vertice di politica monetaria. E ha giocato a carte del tutto coperte su quando potrebbe decidere la prossima stretta, senza indicare esplicitamente il perché ma lasciando intuire che tra le grandi incognite c’è proprio quanto davvero farà – al di là di promesse o minacce su stimoli economici, riforme delle tasse e deregulation – la nuova amministrazione Trump spalleggiata dalla maggioranza repubblicana al Congresso.
La Fed ha sottolineato nel suo comunicato che «indicatori della fiducia dei consumatori e delle imprese sono migliorati di recente». E che «il mercato del lavoro ha continuato a rafforzarsi», l’attività a crescere a ritmo «moderato» e l’inflazione, tuttora deludente, dovrebbe «salire nel medio termine verso il 2%», il traguardo considerato ideale. Ma delineando il suo outlook ha poi precisato di considerare i rischi al momento «sostanzialmente equilibrati» tra la possibilità di sorprese positive e negative nell’espansione. Ha aggiunto che prosegue «nel monitoraggio ravvicinato degli indicatori dell’inflazione e degli sviluppi economici e finanziari globali».
«La Fed è incerta sull’outlook fiscale», hanno sentenziato gli analisti di Hsbc. Lo stesso presidente della Fed Janet Yellen, nel suo ultimo discorso pubblico, aveva citato proprio la variabile Trump all’orizzonte. Cioè, nelle sue parole, «il potenziale perché cambiamenti di politica fiscale influenzino le prospettive dell’economia e l’appropriato cammino di politica monetaria». Ora maggiori indicazioni da Yellen sono attese a metà febbraio durante la testimonianza periodica al Congresso sullo stato di salute del Paese, un appuntamento particolarmente delicato davanti a una nuova maggioranza repubblicana ispirata da Trump che vede con grande scetticismo l’operato della Fed e ha ipotizzato di metterne in discussione l’indipendenza introducendo nuovi controlli parlamentari sulla sua attività.
La Fed a dicembre ha alzato soltanto per la seconda volta negli ultimi dieci anni di un quarto di punto il costo del denaro, portandolo in una fascia compresa tra lo 0,50% e lo 0,75 per cento. Soprattutto, però, in quell’occasione la Banca centrale aveva segnalato di essere teoricamente pronta a far scattare fino a tre strette nel corso del 2017, seppur a passo graduale. La vittoria di Trump alle elezioni lo scorso novembre ha di sicuro iniettato ottimismo nei mercati finanziari e nell’economia, facendo scommettere su un’accelerazione della crescita grazie alle riforme vantate nella campagna elettorale. Queste promesse e la loro efficacia devono però ancora passare alla prova di fatti. E di recente tra gli analisti e gli investitori ha cominciato a serpeggiare una maggior cautela: il mercato future dà al momento solo il 25% di probabilità di un rialzo dei tassi interbancari al prossimo vertice del 14 e 15 marzo, quando saranno aggiornate anche le previsioni economiche.
L’espansione, a conti fatti, ha terminato il 2016 con una deludente marcia annuale dell’1,6% del Pil, la più bassa dal 2011, nonostante una disoccupazione ormai scesa a livelli considerati bassi sotto il 5 per cento. Il costo del lavoro, segnalando che molti nuovi impieghi sono marginali, è lievitato di un modesto 2,2% nell’ultimo anno, un miglioramento stagnante rispetto al precedente biennio.

Marco Valsania

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