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Fed, Powell fa il trumpiano Via alla deregulation bancaria

Non chiamiamola deregulation però facciamola. È il messaggio che ha lanciato il futuro presidente della Federal Reserve, Jerome Powell: ancora una vittoria per la lobby di Wall Street, anche se presentata con understatement e diplomazia. Gli indici di Borsa hanno accolto le sue parole con favore e hanno segnato nuovi massimi, ignorando le cattive notizie dalla Corea del Nord. Powell è stato designato da Donald Trump per succedere a Janet Yellen alla guida della banca centrale quando scadrà il mandato dell’attuale presidente a febbraio. Ieri Powell affrontava la prima di quelle audizioni al Senato che fanno parte della procedura per la conferma della nomina ( sulla quale non ci sono dubbi). Mentre sulla politica monetaria ha sottolineato la continuità con i predecessori Yellen e Ben Bernanke, sulla vigilanza bancaria Powell ha indicato che la linea cambia. « Non la chiamerei deregulation – ha dichiarato – però è il momento di fare una pausa e rivedere ciò che è stato fatto. Dobbiamo fare un bilancio, e accertarci che quel che stiamo facendo abbia un senso». Il senso di questa revisione è chiaro: va incontro alle richieste di Wall Street, che da anni preme sul Congresso per una revisione della legge Dodd- Frank con cui durante la presidenza Obama vennero introdotti limiti alla speculazione e criteri più severi sui requisiti di capitalizzazione bancaria. Non è un caso che le parole di Powell siano state precedute poche ore prima da un tweet presidenziale sullo stesso tema. Donald Trump, che si era già pronunciato a favore di una deregulation sui mercati finanziari, è intervenuto a proposito della nomina al vertice del Consumer Financial Protection Bureau, la nuova authority per la tutela del risparmiatore creata dall’Amministrazione Obama dopo la crisi sistemica del 2008. Attualmente è in corso un singolare scontro tra due direttori in pectore della stessa authority, che si contendono la stessa poltrona. Uno è espresso dalla struttura e rappresenta la continuità. L’altro lo vuole insediare Trump, si chiama Mick Mulvaney, e avrebbe il mandato di depotenziare o addirittura smantellare questo organismo. Trump in un tweet ha scritto: « Il Consumer Financial Protection Bureau è stato un disastro totale sotto la guida dell’Amministrazione precedente. Le istituzioni finanziarie sono state devastate e non hanno potuto servire il pubblico. Le riporteremo in vita! » . Quest’ultima affermazione ha suscitato l’ironia di molti commentatori: il New York Times per esempio ha osservato che le banche hanno fatto 157 miliardi di profitti l’anno scorso, il massimo storico, non proprio quel che si dice una “ devastazione”. Ma la linea è questa e Trump l’ha già confermata implicitamente quando si è circondato di uomini della Goldman Sachs, dal suo segretario al Tesoro Steve Mnuchin al capo dei consiglieri economici della Casa Bianca Gary Cohn. Con i suoi commenti Powell ha quindi confermato che anche la Fed – a cui spetta l’applicazione di molte delle norme Dodd-Frank anche se la vigilanza è condivisa con altre authority – si muoverà nella direzione auspicata dai banchieri. Al Senato il futuro presidente della banca centrale ha detto che le regole devono essere “ tagliate su misura” per la dimensione e il ruolo di ogni banca. Ha negato che esistano ancora degli istituti “ too big to fail” (troppo grandi perché li si lasci fallire), cioè in grado di destabilizzare il sistema in caso di crac. Nessuna novità invece sulla politica monetaria: almeno lì, la continuità è garantita. Powell ha lasciato intendere che nella prossima riunione della Fed (il 12 e 13 dicembre) con ogni probabilità verrà deciso un nuovo aumento dei tassi d’interesse direttivi, per un quarto di punto. Si tratterà del terzo rialzo dei tassi quest’anno e del quinto aumento dal 2009, quando venne a cessare la politica del tasso zero. Anche la liquidazione dei titoli posseduti dalla banca centrale dovrebbe procedere con la massima cautela e gradualità come sotto la Yellen.

Federico Rampini

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