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Fed, la svolta è vicina «Manovra sugli interessi possibile a dicembre»

L ’aumento dei tassi d’interesse torna con più insistenza sul tavolo della Federal Reserve di Janet Yellen. La banca centrale statunitense ha ieri mantenuto invariato il range del costo del denaro — i tassi sui prestiti tra banche, tra lo 0 e lo 0,25% — ma ha indicato come possibile un incremento al prossimo incontro, il 15 e 16 dicembre. È la prima volta dal 1999 — dopo 16 anni, di cui gli ultimi sette con tassi schiacciati sullo zero — che la banca centrale parla espressamente della possibilità di alzare i tassi a una data precisa, vale a dire la prossima riunione del dipartimento di politica monetaria, il Federal Open Market Committee.
I mercati hanno così riscoperto una Fed un po’ più «falco», dopo l’atteggiamento più attendista, da «colomba», dell’ultima riunione. Senza contare, naturalmente, i sette anni di tassi ai minimi. Sono così salite dal 34% al 47%, dalla mattina alla sera, le probabilità di un rialzo dei tassi a dicembre, misurate dai contratti a termine sui tassi Fed con cui gli investitori fanno scommesse sulla politica monetaria.
«Nel determinare se sarà appropriato alzare il range dei tassi al prossimo meeting — si legge nella nota Fed — il Committee (dove ieri solo un membro su 10 si è espresso contro la scelta di lasciare fermo il costo del denaro) valuterà i progressi verso gli obiettivi di massima occupazione e inflazione al 2%». L’istituto centrale guidato da Janet Yellen sembra un po’ più ottimista e meno preoccupato dai rischi globali sugli Usa rispetto alla riunione dello scorso settembre, quando i mercati erano ancora in preda alla «tempesta cinese»: allora la Fed aveva detto che i «recenti sviluppi economici e finanziari globali» avrebbero potuto «limitare in qualche modo l’attività economica»; questa volta spiega invece che l’economia americana «si espande a un tasso moderato», i rischi sono «quasi bilanciati» e «vengono monitorati gli sviluppi economici e finanziari globali». Per l’Authority, l’attività economica negli Usa sta crescendo a un’andatura «moderata», in linea con le precedenti indicazioni, ma ad essere nuovo è il riferimento al «solido passo» con cui sono aumentati gli investimenti e i consumi.
Torna così ad «aprirsi» la forbice tra le politiche monetarie ai due lati dell’Atlantico, con la Fed pronta a una stretta e la Banca centrale europea, invece, indicata nella direzione opposta. Sul mercato si parla di un nuovo possibile allentamento monetario in Europa, con una serie di ipotesi dall’ampliamento del piano di Quantitative easing (acquisto di titoli di Stato) della Bce fino a un’ulteriore sforbiciata ai tassi sui depositi delle banche a Francoforte, già negativi a quota -0,20%. Tanto che ieri sera l’euro è sceso ancora, intorno a quota 1,09 dollari. Il biglietto verde ha guadagnato anche nei confronti di altre valute, a iniziare dallo yen. Resta ora da vedere se il rialzo del dollaro proseguirà e se questo avrà un effetto, anche controcorrente, sulle prossime scelte di politica monetaria Usa. Sale intanto anche il petrolio (quotato, tra l’altro, in dollari): il Brent ha guadagnato il 5% a 49 dollari il barile.
Contrastata invece la reazione di Wall Street: all’annuncio della Fed, la Borsa di New York ha azzerato i guadagni della mattinata per poi tornare a crescere con balzi anche sopra l’1%. In Europa, con i listini ormai chiusi prima della deci-sione dell’Authority Usa, Milano è cresciuta dell’1,41%, Francoforte dell’1,31%, Londra dell’1,14% e Parigi dello 0,90%. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi è sceso a 97 punti, in una giornata in cui lo Stato italiano ha collocato, in un’affollata asta, sei miliardi di Bot semestrali a un tasso addirittura negativo (-0,05%).

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