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Fed: la stretta sarà più rapida

La Federal Reserve ha fatto scattare ieri l’ormai atteso rialzo dei tassi d’interesse americani, riprendendo il cammino di normalizzazione della politica monetaria alla vigilia dell’insediamento d’un nuovo presidente, Donald Trump, finora accolto da entusiasmi in Borsa e nel business. Ma la Banca centrale ha aggiunto qualcosa di più. Pur senza abbandonare la cautela sull’outlook di medio e lungo periodo – forse un indiretto invito a raffreddare eccessivi bollori per il neoinquilino della Casa Banca – ha offerto un giudizio decisamente sereno e ottimistico sulle condizioni attuali del Paese. E indicato, di conseguenza, d’essere pronta ad accelerare il ritmo delle strette: nel 2017 ne ipotizza tre anziché due, allineandosi con le scommesse di numerosi operatori di mercato.
I tassi interbancari, passati in queste ore allo 0,50%-0,75% dallo 0,25%-0,50% dove erano arrivati con la prima stretta di ormai un anno fa, stando alle attese medie dei governatori della Banca centrale – la traiettoria dei “dots”, dei puntini sulla curva dei tassi – saliranno l’anno prossimo fino all’1,4% e non all’1,1 per cento. Immediata la reazione sulle piazze finanziarie alla sorpresa: i rendimenti dei titoli del Tesoro americano e il dollaro sono decollati.
«La crescita è leggermente più solida, la disoccupazione lievemente inferiore», ha detto la Chairperson della Fed Janet Yellen nella conferenza stampa trimestrale sottolineando la «fiducia nei progressi dell’economia». Yellen ha poi temperato il giudizio precisando che il nuovo percorso dei “dots” rappresenta una «correzione molto modesta». E ha avvertito che è presto per considerare l’effetto-Trump sulla congiuntura: «Cambiamenti nella politica fiscale sono soltanto uno degli elementi che possono influenzare l’outlook e il corso dell’attività economica».
La decisione della Fed di alzare i tassi è stata unanime, con tutti e dieci i votanti a favore della stretta. Di per sé già questa una rarità, dopo che nei recenti meeting erano al contrario emerse spaccature tra falchi e colombe, tra coloro che auspicavano cioè un atteggiamento più aggressivo sul rincaro del costo del denaro e chi invece voleva mantenere tuttora la politica monetaria più accomodante possibile e adesso ha ceduto le armi. Come sottolinea il comunicato congiunto, la Banca centrale ha tenuto conto con una crescita «moderata» da metà anno a oggi, meglio che «modesta» come giudicata in passato. L’inflazione é inoltre «aumentata» e non più semplicemente «un po’ in aumento», anche se sempre al di sotto della soglia del 2 per cento.
Alla conclusione di due giorni di incontri al vertice, la Fed ha confermato la prudenza collettiva ancora sposata quando si tratta degli orizzonti della ripresa. La Banca centrale vede al momento una crescita sostanzialmente invariata rispetto alle precedenti stime di settembre per l’anno in corso, pari all’1,9% invece che all’1,8%, come anche per il 2017, al 2,1% dal 2 per cento. L’espansione di lungo periodo rimane da parte sua del tutto immutata al passo dell’1,8 per cento. La disoccupazione dovrebbe attestarsi al 4,7% l’anno prossimo rispetto al 4,6% odierno e al 4,8% immaginato in passato per scendere al 4,5% nel 2018. L’inflazione potrebbe raggiungere l’1,9% nel 2017 e il desiderato target del 2% nel 2018, una tempistica a sua volta congelata.
L’azione e le valutazioni della Fed appaiono però allo stesso tempo escludere preoccupazioni per le più recenti batterie di dati deboli, che potrebbero dimezzare la crescita del Pil nel quarto trimestre rispetto al 3,2% del terzo. Le vendite al dettaglio sono lievitate dello 0,1% in novembre, con frenate del comparto digitale e flessioni dai picchi dell’auto. Ma ottobre era stato un mese particolarmente robusto e rispetto all’anno scorso le vendite sono comunque aumentate del 3,8%, né hanno ragione di arrestarsi davanti a continue schiarite sul mercato del lavoro e al rafforzamento della borsa, dove il Dow Jones sta provando la scalata alla vetta psicologa dei 20.000 punti, e che si traduce in ricchezza almeno sulla carta. La produzione industriale il mese scorso è scivolata dello 0,4%, un il calo dovuto quasi interamente al settore delle utilities a causa del clima particolarmente mite che ha limitato il ricorso al riscaldamento. Recuperi hanno invece preso piede nel settore minerario, riflesso del rincaro del petrolio.

Marco Valsania

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