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Fed, i mercati non si fidano più troppe le incertezze di Bernanke

Il 5 giugno, Ben Bernanke sorprese i mercati e l’opinione pubblica dichiarando che, dato che le cose dell’economia americana andavano meglio del previsto, si apprestava a considerare la possibilità di ridurre gli acquisti di titoli sul mercato, fulcro della sua politica monetaria anticrisi. Lo sconcerto dei mercati, che non capivano sulla scorta di quali dati Bernanke basasse il suo annuncio, era grande quanto ci si poteva aspettare, visto che secondo la Fed la politica monetaria si basa ormai sull’efficacia degli annunci nel modificare in tempo reale le aspettative e i comportamenti e quindi i tassi di interesse a lunga. Lo sconcerto di giugno si trasformò in precipitose vendite in borsa e in una fuga dai mercati dei paesi emergenti, dove la grande finanza aveva investito alla ricerca di maggiori guadagni, nella certezza di poter scommettere sulla prevedibilità dei cambi col dollaro delle valute di paesi come Indonesia, Turchia, Brasile e India, per dire solo dei più grandi. Cosa aveva indotto Bernanke a un decisione così drastica e inattesa? In un articolo su questo giornale offrivo due spiegazioni. La prima era l’ira del capo della Fed come reazione al rude benservito che il presidente Obama gli aveva appena dato, senza molti complimenti, per il lavoro svolto per affrontare la crisi. La seconda era il comportamento irresponsabile di deputati e senatori americani nei confronti della politica fiscale, usata come strumento di guerra tra partiti e di lotta alla riforma sanitaria di Obama, che i repubblicani sembrano tuttora decisi a impedire o almeno a ridurre di vigore. A luglio Bernanke, rendendosi conto degli effetti estremamente negativi dell’annuncio di giugno, decideva di smorzarne la portata con un’altra dichiarazione, assai più possibilista sui tempi dell’inizio della stretta monetaria. I mercati si calmavano, la borsa tornava a salire, raggiungendo, proprio nei giorni scorsi, i livelli più alti di sempre. E i paesi emergenti tornavano a respirare, meno oppressi dalla fuga di capitali esteri e domestici iniziata a giugno. Mercoledì scorso Bernanke, dopo una nuova riunione del Comitato di Politica monetaria della Fed, è tornato a prefigurare una durata ancora lunga della politica monetaria estremamente espansiva, giustificandola con le ridotte aspettative congiunturali, specie sulla crescita dei redditi e l’aumento degli occupati. Nuova reazione entusiastica dei mercati (per la verità sgonfiatasi sul finire della settimana), che si aspettavano una conferma delle intenzioni restrittive espresse a giugno, guidati da pareri conformi di economisti e altri esperti. Gaudio anche nei Paesi emergenti, che vedevano allontanarsi la nuvola nera comparsa a giugno al loro orizzonte e sembrava profilarsi di nuovo a settembre. Suppongo abbia respirato meglio anche la signora Merkel, che dalla prospettiva di una politica monetaria restrittiva in America aveva solo da temere, perché già le esportazioni tedesche, con una decrescita in tempo reale, sembravano mostrare la fine del lungo ciclo degli investimenti nei paesi emergenti sul quale si basa la realtà e ancor più la retorica del ‘modell Deutschland’ che è andato offrendo come esempio al resto d’Europa e che la aveva di certo aiutata a scavalcare la Spd nei pronostici per i risultati delle elezioni. E’ ancora presto per valutare il significato economico dei risultati effettivi delle urne in Germania, ma è certo che la decisione della Fed aiuta i tedeschi a cullarsi ancora nell’illusione che il loro modello può non solo durare indefinitamente, ma essere anche offerto al resto d’Europa come soluzione alla crisi. In realtà i dati mostrano che al primo soffio di stretta monetaria negli Usa, le esportazioni tedesche di beni di investimento e automobili di lusso si afflosciano. Anche questa volta sembrano aver perso la battaglia per un credito più costoso e quindi guadagni più elevati, le grandi banche americane, che vedono questo come un momento adatto per aumenti dei tassi a cui prestano a un risorgente mercato dei mutui immobiliari. Infatti, se il fiume di liquidità che esce dalla Fed dal 2001 aumenta le transazioni finanziarie, ne riduce anche il costo e quindi riduce i poteri di mercato dei banchieri americani. Ora, sembra che almeno fino a quando l’oracolo non parlerà di nuovo, magari dicendo il contrario di quello che ha appena affermato, il sereno sia tornato sui mercati reali e per i prenditori di mutui immobiliari. Vedremo che farà il tasso sui titoli a lunga, che aveva preceduto la Fed salendo prima di giugno e che Bernanke ha detto, proprio qualche giorno fa, di non necessariamente dover seguire nella salita. Anche il tasso a lunga è tutt’altro che il risultato del gioco libero della domanda e dell’offerta. In ciascuno dei maggiori mercati finanziari, infatti, il potere di controllo di un pugno di banche si esercita molto vigorosamente. Obama non può correre per un terzo mandato. Potrebbe però volere ritirarsi almeno con una vittoria nella battaglia per la riforma sanitaria con la quale affrontare le elezioni congressuali di metà mandato che possono farne un’anatra zoppa per gli ultimi due anni della sua presidenza. Per questo la decisione di Bernanke può favorirlo, perché gli permette altro spazio negoziale coi suoi avversari repubblicani, per parecchi dei quali non è eccessivo, ormai, usare il termine di ‘nemici’. Gli hanno già votato quaranta volte contro in Senato, sulla riforma, e non sembrano disponibili a venire a patti. Il presidente e i suoi collaboratori nel Congresso hanno tuttavia l’obbligo di continuare a lottare per portare a casa un risultato decente in materia sanitaria. Una prospettiva di tassi bassi riduce il potere di interdizione della famosa minaccia repubblicana di ‘sequestrare’ la spesa pubblica, costringendo l’Amministrazione a una sorta di esercizio provvisorio abbastanza drammatico da essere descritto come ‘chiusura del governo’, cioè riduzione drastica delle spese. La minaccia di tale chiusura sembra essersi fatta più credibile e imminente nei giorni scorsi e parecchi la vedono come il vero motivo dietro la decisione della Fed di mercoledì scorso. Vale la pena citare anche il ritiro dalla rosa dei candidati alla successione a Bernanke, di quello che era comparso come il principale oppositore di Janet Yellen, vicepresidente attuale e candidata principale. Personalmente, non avevo dato molto credito a coloro che vedevano in Lawrence Summers, del quale stiamo parlando, un candidato credibile, perché una notevole parte del Congresso, persino del Senato, gli è contraria. Egli è il figlio spirituale di Robert Rubin, segretario al Tesoro prima di lui e divenuto consulente di Citibank pochi mesi dopo il ritiro dal posto ministeriale. Lo stesso Summers, insieme a Rubin, è incolpato, a torto o ragione, di aver effettuato la liberalizzazione accelerata dei mercati finanziari americani che molti vedono come la vera origine della paurosa crisi del 2008. Anche lui è divenuto consulente di Citibank. La sua scomparsa dalla lista dei candidati a succedere a Bernanke aiuta i mercati e le opinioni pubbliche a credere veramente a una più lunga durata della moneta facile negli Stati Uniti. Nella sua ultima uscita pubblica, Bernanke sembra essersi accorto di quel che i suoi uffici e anche la gran parte dei commentatori economici aveva già abbondantemente sottolineato: la ripresa americana è assai meno vigorosa di quel che il capo della Fed pareva credere all’inizio di giugno e addirittura a maggio. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro è diminuito insieme a quello di disoccupazione e quindi la ripresa, dopo quattro anni, sembra veramente ‘senza posti’, come fu definita all’inizio. E’ vero che il tasso di occupazione cresce solo quando la ripresa si è consolidata, ma quattro anni sono un tempo abbastanza lungo per giudicare se una ripresa è solida e ovviamente essa ora sembra non esserlo anche a Bernanke, che a giugno e a maggio aveva contraddetto i suoi stessi uffici affermando la sua volontà di iniziare il famoso ‘tapering’. Ora sta a Janet Yellen convincere i conservatori e rendersi meno antipatica ai banchieri. Compito difficile, dato che non è una persona particolarmente flessibile, al contrario di Larry Summers. Ha opinioni precise e non ne fa mistero, anche se non sono quelle che i mercati preferirebbero sentirle esprimere. Banche e repubblicani faranno di tutto per bloccare la sua nomina e non è esclusa, prima di dicembre, la comparsa di un ‘dark horse’ a sfidarla. Ultima considerazione. Speriamo che i nostri politici non prendano l’ultima giravolta di Bernanke come motivo per continuare a trastullarsi invece di occuparsi seriamente della nostra fatiscente economia. Parliamo di loro, ma quel che vale per loro, purtroppo, si applica anche alla classe politica della gran parte dei paesi colpiti dalla crisi. Nei prossimi giorni vedremo altresì se dalle elezioni tedesche emergerà una politica di vigorosa leadership della ripresa europea. Il presidente della Fed, Ben Bernanke: il suo mandato scade il 31 gennaio 2014

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