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Fed divisa all’appuntamento dei tassi

La Federal Reserve apre oggi la sua riunione al vertice con una certezza: ha segnalato ai mercati di non voler procedere con alcuna immediata stretta di politica monetaria negli annunci di mercoledì. Ancora nessun nuovo passo verso la pur sospirata normalizzazione dei tassi d’interesse. Ma dietro questa certezza – se non ci saranno sorprese-shock – si nascondono in realtà incognite sempre più pressanti: le crescenti divisioni dentro la stessa Banca centrale su quando e come far davvero scattare un rialzo del costo del denaro.
La frattura fra «falchi» e «colombe» è più profonda che mai, anche se non sempre prevedibile nei suoi protagonisti. Il governatore della sede di Boston Eric Rosengren, vecchia colomba, ha di recente sfoderato gli artigli diventando uno dei più aggressivi sostenitori della necessità di rompere gli indugi sulla stretta di un quarto di punto nei tassi interbancari, la seconda dopo quella iniziale che risale ormai all’anno scorso. La leadership della cautela spetta invece piuttosto ai meno noti ma ugualmente influenti Lael Brainard e Daniel Tarullo, ex alto funzionario del Tesoro la prima, responsabile della vigilanza bancaria il secondo.
Il rimescolamento di alleanze interne non si tradurrà necessariamente in dissenso aperto al momento del voto. I vertici Fed sono restii a eccessive spaccature, abituati ad operare in quasi unanimità e a cercare compromessi nel linguaggio dei comunicati. Per questo gli occhi di analisti e investitori saranno puntati sul testo scritto, su eventuali aggiornamenti di previsioni economiche e sulla successiva conferenza stampa pomeridiana di Janet Yellen.
Che la posta in gioco rimanga alta, infatti, sono coscienti tutti, policymaker e investitori: i mercati tentennano su una stretta o meno entro dicembre, data oggi attorno al 50% di probabilità. Non solo: in gioco è sempre più la credibilità stessa della Fed, la sua arma più efficace. Lo sforzo di apparire dipendenti dai dati – quando i dati si rivelano a loro volta incerti e complessi – si è tradotto in giravolte linguistiche accusate di produrre messaggi confusi e a volte contradditori. Segnali di un avvicinarsi di una o più strette, arrivati dal Simposio di Jackson Hole per bocca della stessa Yellen e soprattutto del suo vice Stanley Fischer, sono stati seguiti da smentite nel giro di poche settimane all’insegna del rilievo di mantenere politiche accomodanti. Una miscela che ha spazientito banchieri come Jamie Dimon, chif executive di JP Morgan: ha detto, non senza interesse per una mossa che oggi aiuterebbe le performance delle banche, che è il momento che la Fed alzi i tassi.
A raccomandare nuova prudenza sono tuttavia i più recenti barometri economici, compreso un mercato lavoro a prima vista risanato. Il tasso di disoccupazione è ormai sceso al 4,9%, facendo pensare a una situazione di pieno impiego. Ma la partecipazione alla forza lavoro rimane ai minimi dagli anni Settanta. Anche nella cruciale fascia di età tra i 25 e i 54 anni è dell’81,3%, sotto l’82,9% pre-crisi. L’inflazione fa capolino e fa sperare in un cammino verso il 2% ideale, ma i salari, misura preferita per salutari pressioni sui prezzi, ristagnano. E se i redditi mediani sono saliti del 5,2% l’anno scorso, sono tuttora inferiori dell’1,6% al 2007 e del 2,4% al record del 2009. L’espansione, più in generale, procede meglio che altrove ma ha frenato rispetto alle attese e dovrebbe chiudere il 2016 sotto il 2 per cento.
Dipanare una simile matassa non è facile per Yellen e i suoi colleghi del Fomc. Tanto più in un clima di mercati finanziari iper-sensibili – basti osservare le brusche oscillazioni di borse e titoli del Tesoro – che hanno a lungo cavalcato politiche accomodanti della Fed. La maggior certezza, dunque, è forse quella di trovarsi in una posizione scomoda. Che, per uscirne, richiederà straordinari sforzi di chiarezza nei messaggi prima ancora di tradizionali passi di politica monetaria.

Marco Valsania

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