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Fed: “Da giugno i tassi in rialzo ma il superdollaro è un freno”

La banca centrale americana frena la corsa del superdollaro. Troppo forte: sta danneggiando la ripresa americana. La Federal Reserve fa così il suo ritorno nella “guerra delle valute”, che infuria a colpi di svalutazioni competitive. L’occasione è venuta in un cruciale meeting della Fed, che segna per altri versi il ritorno alla normalità. Come ci si attendeva, la Fed abbandona un aggettivo — “paziente” — con cui fino a ieri aveva descritto il proprio atteggiamento verso futuri rialzi dei tassi d’interesse. Dunque, dopo 6 anni e 3 mesi di “tasso zero” — inaugurato nel dicembre 2008 — la banca centrale Usa potrà tornare in futuro a tassi direttivi positivi. Ciò conferma che la ripresa americana è solida, e consente di abbandonare gradualmente le terapie monetarie d’emergenza (la più vigorosa, l’acquisto di bond, fu cessata l’anno scorso). Però. C’è un però, che la presidente Janet Yellen spiega subito. «Non abbiamo deciso quando alzeremo i tassi. Non siamo divenuti impazienti. Da giugno in poi sarà possibile, non vuole dire che sia certo. Dipenderà dal nostro giudizio sulla situazione dell’economia».

E questo giudizio viene influenzato apertamente da quel che accade nel resto del mondo. Più di quanto accadesse nelle ultime riunioni, la Fed riserva un’attenzione speciale agli sviluppi dei mercati dei cambi, del commercio estero, del petrolio. Il suo ingresso nella guerra valutaria lo fa in punta di piedi, ma i mercati reagiscono subito con un rialzo dell’1,5% dell’euro. La Yellen infatti sottolinea un elemento di preoccupazione: «La crescita in America è buona, ma nell’ultimo trimestre rallenta». Le cause? Qui cita proprio il dollaro forte: rende più care le esportazioni made in Usa, quindi frena la ripresa americana. Di converso le importazioni costano sempre meno; e quindi l’inflazione è ancora più bassa delle previsioni. «Siamo a un’inflazione sotto l’1% quest’anno. Bisognerà aspettare il 2017 perché risalga al 2%».
Il 2% è l’inflazione-obiettivo, per la Fed come per la Bce. Ma la Fed a differenza della sua consorella europea si fa guidare da un obiettivo di crescita dell’occupazione. Su questo fronte, la Yellen alterna soddisfazione e inquietudine. Le buone notizie: «La disoccupazione è scesa al 5,5% e sta scendendo anche la disoccupazione allargata che include i disoccupati scoraggiati o coloro che devono accontentarsi di un part-time mentre vorrebbero lavorare a orario pieno». Le cattive notizie: «La partecipazione alla forza lavoro è insufficiente; i salari crescono poco». Anche su questo fronte dunque non c’è fretta di alzare i tassi.
La storia delle banche centrali in passato le vide spesso come “levatrici di recessioni”. Spesso i periodi di crescita furono interrotti da una stretta monetaria, un aumento del costo del denaro che annunciava “la festa è finita”. Ma stavolta la Fed non è affatto convinta che siamo vissuti in una festa. Anche se l’economia americana è nel suo sesto anno di crescita consecutivo, e la disoccupazione si è dimezzata rispetto alla crisi del 2008-2009, non siamo ancora in una situazione di pieno impiego (con il suo corollario del ritrovato potere contrattuale dei lavoratori). Tantomeno c’è il rischio — spesso agitato dai repubblicani — di un ritorno dell’inflazione. Guai a “rifare il 1937”, quando la Fed provocò una ricaduta nella Grande Depressione. Di qui il sottile equilibrio su cui si sta muovendo la Yellen. Segnalare che il rialzo dei tassi sarà possibile da giugno in poi, era un annuncio atteso dai mercati come conferma di una normalizzazione e di una ritrovata salute. Non farlo, avrebbe rivelato troppo pessimismo, creando allarme. Al tempo stesso “nessuna impazienza” riguardo a quei futuri rialzi dei tassi. Qui la Yellen sta considerando i venti contrari che il resto del mondo sta generando. L’America come locomotiva solitaria, mentre tutti gli altri rallentano (Cina, Brasile), o rimangono stagnanti (Europa, Giappone): non è una situazione ideale.

«Dipenderà dal nostro giudizio sull’economia»: con questa frase la Yellen fa calare una velata minaccia sul resto del mondo. Su chi governa l’euro, il renminbi, lo yen. Non devono tirare troppo la corda. Se tutti cercano di scaricare i propri problemi sull’America, di esportare recessione deflazione, usando le svalutazioni competitive, la Fed deve vigilare e difendere gli interessi della crescita americana. L’euro si è già indebolito molto, aiutando molto gli esportatori del Vecchio continente: ora Washington vorrebbe almeno che si fermasse.

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