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Fed. Così Janet la pragmatica ha zittito i falchi

Più pragmatismo, più spirito d’adattamento, meno dogmatismo, meno falchi. La Federal Reserve di Janet Yellen ha introdotto, la scorsa settimana, questo nuovo approccio alla sua politica monetaria. Dopo anni di non convenzionalità, del resto, era normale che si decidesse di navigare a vista, decidendo volta per volta il tragitto da compiere.

Il Federal open market committee (Fomc), cioè l’organo decisionale della banca centrale statunitense, è concorde. «La situazione sui mercati finanziari internazionali è mutata rispetto a pochi mesi fa, e questo impone di utilizzare una gradualità più accentuata negli incrementi dei tassi d’interesse», spiega un economista della Fed commentando la decisione di giovedì: lasciare invariati i tassi.

Nell’aria

Una scelta che era quasi scontata per gli operatori. Alla vigilia del meeting del Fomc, infatti, un segnale era arrivato da parte di Wall Street. La maggior parte dei gestori di fondi intervistati da Bank of America-Merrill Lynch nel consueto sondaggio mensile dice che non ci saranno più di due rialzi dei tassi della Fed nei prossimi 12 mesi. E dire che sul finale del 2015, quando la Yellen avviò l’exit strategy, il 58% degli investitori riteneva possibili tre o più rialzi nel corso del 2016. A oggi sono aperti gli spiragli di giugno e settembre, mentre la stessa Banca centrale ritiene possibile attendersi quattro incrementi nel corso del 2017, fino a osservare un tasso d’interesse principale a quota 1,9%. Il tutto sempre che non muti il quadro economico e finanziario a livello globale.

È vero che il Fomc ha optato per una posizione più accomodante rispetto alle aspettative di pochi mesi fa, ma è altrettanto vero che il fronte dei falchi della Fed non perde occasione per far sentire la propria voce. Uno dei più restii a cambiare atteggiamento è Jim Bullard, presidente della Fed di St. Louis, che proprio pochi giorni prima della riunione del Fomc aveva rimarcato che «le correzioni osservate sul mercato azionario a inizio anno sono positive, hanno ridimensionato parte degli squilibri osservati dal 2008 a oggi». Per Bullard in questo modo gli stessi investitori hanno ridotto l’entità della bolla sui prezzi a Wall Street. Tuttavia, anche lui ha ritenuto corretto non innalzare i tassi a questa tornata.

Più dura è stata Eshter George, presidente della Fed di Kansas City. Fino all’ultimo la George ha sottolineato la necessità di tenere in piedi la possibilità di alzare ancora i tassi. «Marzo è un buon mese per alzare i tassi, non possiamo deviare il percorso iniziato per via degli sviluppi sui mercati internazionali, se no ne perderemmo in credibilità», ha detto la George una settimana prima della riunione del Fomc. E a conti fatti, lei è stata l’unica che ha votato per un rialzo mercoledì scorso.

In concreto

L’atteggiamento più pragmatico ha però vinto. Quello di Stanley Fischer e William Dudley, per esempio. I due vice della Yellen hanno convinto, dicono i bene informati, il numero uno della Fed di Cleveland, Loretta Mester, ad avere un approccio meno dogmatico di Bullard e George, con i quali condivideva il piglio del rigore dei tassi alti. Il risultato è che la Mester ha condiviso l’opinione dominante nel Fomc. Ha ricordato che lo spazio per la normalizzazione dei tassi deve essere graduale, ponderato, ragionato e modificato in base alle esigenze.

A conti fatti, all’interno del Fomc si sta superando la polarizzazione dei falchi e delle colombe. Esiste infatti una terza via, quella del pragmatismo adattivo. Questa è una delle innovazioni introdotte dalla Yellen. Mentre il suo predecessore Ben Bernanke era considerato più «emozionale» nelle proposte, la Yellen prima valuta i dati, sia macro sia micro, poi modifica il suo atteggiamento. Gli operatori, forse, hanno compreso in pieno questo approccio, dopo mesi di comunicazione complicata tra l’istituzione di Washington e i mercati finanziari.

Come ha fatto notare JP Morgan commentando la decisione della scorsa settimana, «la Fed ha dimostrato che la strada per la normalizzazione non è così definita come alcuni analisti l’avevano immaginata a dicembre 2015». In altre parole, diversi operatori avevano già dato per scontato i rialzi futuri della Fed. Ma come disse proprio la Yellen tre mesi fa, «non c’è nulla di predefinito» e «il sentiero verso la normalità sarà graduale».

Infatti, anche Salman Ahmed, chief global strategist di Lombard Odier, non ha troppe aspettative: «In molti avevano sperato di intravedere l’avvio di un lungo periodo di exit strategy, ma dobbiamo invece accettare il fatto che prosegue il dominio delle banche centrali e imparare ad adattarci alle condizioni di questa nuova normalità». Tassi prossimi allo zero e crescita sotto i livelli pre crisi subprime sono il recente passato, il presente e il prossimo futuro.

Cosa succederà ora che i falchi sono sempre meno all’interno del Fomc? L’orizzonte da guardare è quello di giugno, mese in cui la Fed potrebbe avviare la fase due dell’exit strategy, come ha lasciato intendere il consiglio esecutivo la settimana scorsa. Il tutto senza dimenticare i tre mantra della Fed targata Yellen: gradualità, cautela e pragmatismo.

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