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Fed e BoJ alzano il velo sui tassi

Mercati fermi alla vigilia delle mosse delle Banche centrali, cade solo Milano
Il conto alla rovescia è partito. Questa sera scopriremo se la politica monetaria inizierà a virare verso un mondo che fino a pochi anni fa era considerato normale (costo del denaro e inflazione intorno al 2%) oppure confermerà l’attuale trend (per molti un vicolo cieco) del “new normal”. Un’era fatta di bassa inflazione (quando non deflazione) e costo del denaro a 0 (quando non negativo).
Alle 20.30 ora italiana la Federal Reserve statunitense scioglierà il nodo sui tassi. Le aspettative sono per un mantenimento dello status quo (costo del denaro compreso in un range fra 0,25% e 0,5%): secondo gli economisti interpellati da Bloomberg le probabilità che il quadro resterà invariato sono pari all’80%. Secondo i future sui Fed Funds siamo addirittura all’88%. Ed è per questo motivo che nelle ultime tre sedute i mercati azionari hanno interrotto il trend discesista inaugurato a inizio settembre, quando invece l’ipotesi di una imminente stretta monetaria stava prendendo vigore. Nella prima metà di settembre le Borse europee (indice Eurostoxx 50) hanno perso il 4%. In tre sedute sono risalite dello 0,5% (ieri piatte). Andamento simile per Wall Street, che nella prima metà del mese ha perso il 3% per poi recuperare l’1% in tre sedute (dopo anche il lieve rialzo di ieri). Discorso a parte per Piazza Affari che soffre l’esposizione eccessiva dell’indice Ftse Mib sui comparti bancario e petrolifero, che proseguono nella fase di ritracciamento e volatilità (si veda articolo in basso).
Il settore bancario sarebbe uno dei primi a beneficiare di una normalizzazione della politica monetaria, in quanto tassi più alti corrisponderebbero anche a margini più alti per le banche nell’attività tradizionale (prendere in prestito il denaro all’ingrosso da altre banche e dalla banca centrale e riprestarlo al dettaglio rincarato di uno spread). Ma questo scenario nell’Eurozona (ancora imballata in politiche monetarie espansive sganciate peraltro da allineate politiche fiscali) sembra lontano anni luce. E negli Usa, come visto, non pare così scontato. Anche perché ci sono le elezioni presidenziali alle porte. «È piuttosto chiaro che la Fed non alzerà i tassi questa settimana, ma userà di certo questo incontro per gettare le basi per dicembre e oltre – spiega Luke Bartholomew, gestore di Aberdeen asset management -. Il compromesso sarà probabilmente segnalare che ci sarà un rialzo a dicembre, una volta che le elezioni presidenziali si saranno concluse». Senza dimenticare il tema della crescita. «Sarebbe a dir poco sorprendente se la Fed alzasse i tassi in un momento nel quale il Pil sta crescendo dell’1% annualizzato e il tanto considerato Ism manifatturiero si trova a livelli storicamente associati alla recessione», sottolinea Russell Silberston, portfolio manager del team multi-asset di Investec am.
Prima della Fed conosceremo però (questa mattina in Italia) la decisione della Bank of Japan. Non è da escludere un ulteriore taglio in territorio negativo dei tassi imposti sui depositi degli istituti di credito presso la BoJ, che potrebbe però ridurre l’ammontare di bond a lunga scadenza che acquista, favorendo una leggera impennata della curva dei rendimenti.
In ogni caso il mercato è spaccato sulla banca giapponese. Ieri la Borsa di Tokyo ha chiuso guardinga (-0,2%). Gli investitori appaiono cauti, data l’imprevedibilità sempre spiccata del governatore Haruhiko Kuroda. Un recupero dei titoli bancari segnala comunque che vari operatori non ritengono che la BoJ porterà i tassi in territorio ulteriormente negativo. In effetti è leggermente aumentato il numero degli analisti che ipotizza il rinvio di mosse incisive da parte di Tokyo fino a dopo le elezioni presidenziali americane.
E poi, se la BoJ dovesse ulteriormente inasprire il tasso sui depositi potrebbe spingere le banche ad aumentare le commissioni sui depositi indebolendo in partenza il tentativo stesso della BoJ di far aumentare l’inflazione, o meglio di uscire dalla trappola della deflazione (a luglio i prezzi al consumo sono diminuiti dello 0,5% su base annua). In attesa di conoscere le decisioni delle banche centrali, il mercato delle valute ha vissuto una giornata poco mossa. L’euro si è leggermente indebolito nei confronti del dollaro ma resta vicino a quota 1,12. Piuttosto stabile rispetto alla vigilia il rapporto tra dollaro e yen a quota a 101,75.
Stabile lo spread BTp-Bund sotto i 130 punti base con il rendimento del decennale italiano poco sotto l’1,3% e il decennale tedesco vicino a quota 0.

Vito Lops

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