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Fed e Bce, certezze incrollabili

La sconfitta dei partiti populisti e anti europei in Olanda è stata salutata da un buon rialzo delle borse del Vecchio continente e da un vistoso calo dello spread dei Btp. Succedeva venerdì 24 maggio, alla vigilia delle elezioni nel resto dell’Unione. Se l’ideologia dei mercati è la stabilità del sistema politico e finanziario dell’Europa, il risultato olandese è apparso di gran conforto e di buon auspicio. Così è stato, perché anche negli altri paesi la temuta ondata populista ed euroscettica s’è rivelata meno forte del previsto. Non in Italia, dove ha stravinto la Lega e Piazza Affari è arretrata (senza drammi) e il differenziale di rendimento tra Btp e Bund è rivolato fino a 286 punti, nella prospettiva di un nuovo scontro tra governo e Commissione europea. Giovedì, tuttavia, gran parte dei timori parevano già essersi dissolti, benché nulla facesse presagire una ragionevole composizione dei contrasti.

La sorpresa

«Sorprendente in questo contesto la performance del Btp che ha recuperato gran parte del terreno perso, incurante del bad mood», hanno commentato i gestori di Anthilia. Il fatto è che non si scorge alcun particolare cattivo umore in Italia, come in Europa e soprattutto negli Stati Uniti. Non che manchino i timori sulla guerra commerciale tra Usa e Cina, le preoccupazioni su un’ipotetica recessione e, in Italia, una cronica insicurezza sulla tenuta dei nostri conti pubblici. Forse è meglio dire che investitori e persino i consumatori non sembrano manifestare al momento alcun marcato disagio.

Negli Stati Uniti la fiducia dei consumatori è salita ai massimi dal 2000 e s’immagina il futuro più roseo degli ultimi 19 anni, più o meno come ai tempi degli spensierati anni 90. E dire che gli indici manifatturieri e dei servizi (Flash Index Markit) sono scesi a maggio in prossimità della soglia dei 50 punti, a un passo dalla stagnazione. La fiducia in un miglioramento delle condizioni economiche è cresciuta a maggio anche in Europa. Ma, occorre precisare che da noi l’indice è risalito di poco, dopo oltre un anno di continui ribassi.

Con grande sorpresa, la fiducia è migliorata anche in Italia in tutte le sue componenti. Si può obiettare che l’umore dei consumatori è spesso influenzato da fattori che poco hanno a che fare con l’economia e che quindi è scarsamente significativo. Non a caso l’umore era cresciuto un poco anche in autunno, proprio mentre lo spread stava scalando quota 330. Ma il clima è migliorato anche tra le imprese che sono molto più attente ai fattori economici. La cosa più straordinaria è stata scoprire che a maggio pure la fiducia degli investitori ha fatto un inaspettato balzo, in particolare nel Nord America e in Europa, secondo l’indice di State Street. Tuttavia, in questo caso, va osservato che l’indicatore resta ben sotto la soglia dei 100 punti, e segnala dunque un relativo pessimismo che dura da agosto 2018: a dispetto di un rialzo di Wall Street del 20% nei primi 4 mesi dell’anno. In ogni caso, non sembra questo il momento più opportuno per farsi tentare dall’ottimismo. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina si prefigura sempre più come un conflitto su larga scala, perché l’America non può rinunciare al ruolo di potenza egemone. Di questo parere sono adesso anche gli economisti di JP Morgan e Morgan Stanley (non ancora quelli di Goldman Sachs), i quali prospettano conseguenze disastrose sui mercati e l’economia mondiale. La più immediata sarebbe un’ulteriore brusca contrazione del commercio internazionale («la più severa dopo la crisi Lehman», per Nikolaos Panagirtzoglou di JPM) con ripercussioni sulle borse paragonabili allo sconquasso d’autunno, soprattutto a Wall Street (l’indice perse il 20% in 3 mesi). La crescita globale si ridurrebbe di un punto percentuale, aggiunge Michael Zezas di MS (e la banca già stima il pil Usa crescere solo dello 0,6% nel secondo trimestre) e a patire sarebbero in particolare le borse.

L’impressione è che questa enfasi sulle nefaste conseguenze della guerra commerciale sia in molti casi di maniera: non per niente JPM continua a credere che l’S&P possa salire fino a 3.000 punti prima di correggere. E la gran parte degli operatori è convinta che le cose si metteranno a posto grazie alla Fed, che taglierà i tassi: il mercato prezza già due tagli entro gennaio. Analoga compiacenza si ritrova in Italia. La «turbolenza sui Btp non andrà oltre il 5 giugno» (giornata di presentazione delle raccomandazioni della Commissione Ue), sostiene Antonio Cesarano di Intermonte, «dopodiché potrebbe prevalere l’effetto Bce»: cosicché lo spread ritornerebbe sotto i 250 punti.

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