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Febbre della finanza curata in un anno

«Non si possono mandare in malora i sacrifici di un anno, che sono ricaduti spesso sulle fasce più fragili». Il presidente della Cei, il Cardinale Angelo Bagnasco, lunedì ha probabilmente tolto le parole di bocca a molti investitori internazionali: la rissa politica e la possibile ingovernabilità post-elezioni rischiano infatti di gettare alle ortiche quei progressi che l’Italia sta facendo sui mercati internazionali.
Un anno fa Roma era messa in croce dallo spread. Rischiava l’emarginazione sui mercati. Oggi, dopo dodici mesi di sacrifici per i cittadini, alcuni degli indicatori finanziari mostrano invece un clima migliore nei confronti del nostro Paese: lo spread, per esempio, si è quasi dimezzato. E l’accesso delle imprese italiane sui mercati finanziari è raddoppiato. Il Paese ha certo le ossa rotte. Ma può ancora restare su quei mercati che un anno fa sembravano respingerlo.
I numeri della credibilità
Vari indicatori (ma non tutti) lo dimostrano. Quello più immediato è lo spread, cioè la differenza tra il rendimento dei nostri BTp e i Bund tedeschi: un anno fa ha toccato il massimo a 575 punti base, mentre ieri ha chiuso a 340. Si tratta del 40% in meno. A metà novembre 2011 i BTp decennali erano costretti a offrire il 7,07% per trovare qualcuno disposto a comprarli, mentre ora possono limitarsi a pagare il 4,72%. Questo significa che l’Italia può ora indebitarsi pagando tassi d’interesse più contenuti. Può dunque ridimensionare la gigantesca spesa per interessi, che oggi gira intorno al 5,4% del Pil. E questo, unito all’avanzo primario, l’avvicina a quel pareggio di bilancio chiesto dall’Unione europea.
I benefici sono evidenti sul debito pubblico. Ma anche su quello privato. Perché le imprese più grandi possono sfruttare la maggiore fiducia per finanziarsi più agevolmente sui mercati internazionali. Non è un caso che nel 2012 le aziende made in Italy abbiano emesso – secondo i dati di Dealogic – 28,7 miliardi di euro di prestiti obbligazionari sui mercati internazionali: si tratta quasi del doppio rispetto ai 15 miliardi dell’intero 2011 e rispetto ai 16 miliardi del 2010. Dal 2000 ad oggi, solo un anno (nel 2009) le imprese italiane avevano emesso un ammontare maggiore di bond sui mercati finanziari. Certo, solo le grandi aziende possono accedere ai mercati internazionali, mentre le altre restano strozzate dal credit crunch bancario. Ma questo record di emissioni è comunque un segnale positivo: perché mostra l’appeal dell’Italia tra gli investitori.
Banche in cerca di equilibrio
Anche i mercati dei derivati mostrano alcuni segnali positivi. Il costo dei credit default swap (Cds) sull’Italia, speciali polizze che gli investitori usano per assicurarsi contro il default del Paese, è sceso da 594 a 291 punti base in un anno: questo significa che assicurarsi contro il rischio di insolvenza dell’Italia costa quasi la metà. Segnale di maggiore fiducia sulle capacità del Paese di onorare i debiti. A ben guardare, però, gli operatori non hanno ancora sciolto le riserve: lo dimostra il fatto che sempre più investitori comprano polizze assicurative sulla Repubblica Italiana.
Secondo i dati della Dtcc, infatti, attualmente esistono Cds (cioè polizze) sul rischio-Italia per un ammontare nominale totale di 390 miliardi di dollari. Un anno fa ammontavano a 318 miliardi. Insomma: il costo dell’assicurazione sarà anche sceso, ma più investitori stipulano questo tipo di polizze. Stesso discorso per le banche. Le polizze anti-default su Intesa Sanpaolo sono aumentate da 51 a 53 miliardi, mentre quelle su UniCredit sono rimaste stabili a 43 miliardi. Sempre meno investitori ritengono invece necessario assicurarsi contro il rischio di default delle imprese italiane: i Cds complessivi su Telecom Italia sono infatti diminuiti in un anno da 60 a 49 miliardi, quelli sull’Enel da 46 a 37 miliardi di dollari.
Messaggio simile arriva da Borsa e mercati obbligazionari. Per le banche italiane è ancora difficile finanziarsi. Ad oggi hanno emesso 21 miliardi di bond nel 2012, secondo i dati di Dealogic, contro i 36 del 2011. Nulla, rispetto ai 75 miliardi del 2009 o ai 62 del 2008. La loro sofferenza si vede anche in Borsa: da novembre 2011 Intesa Sanpaolo ha perso il 3,36% e UniCredit il 27%. Certo, rispetto ai minimi di giugno hanno recuperato. Ma i mercati ancora le penalizzano. Discorso diverso, invece, per le aziende industriali, ben comprate a Piazza Affari: il loro rialzo, da inizio anno, è del 16 per cento.
Le ragioni della ripresa
I meriti vanno in gran parte alla Bce: con alcune azioni straordinarie (i finanziamenti alle banche e lo scudo anti-spread), Mario Draghi ha ridotto i rischi che l’euro imploda. Questo ha riportato gli investitori anche sul Belpaese. Ma i meriti vanno un po’ anche a noi: la politica del rigore ha certamente aggravato la recessione (che ci sarebbe stata comunque), ma ha anche dimostrato agli investitori che l’Italia è disposta a fare sacrifici.
L’effetto di questa credibilità è lampante nel confronto tra Italia e Spagna. Un anno fa era l’Italia nella bufera (i suoi titoli di Stato rendevano di più di quelli spagnoli), mentre ora è il contrario. I benefici della Bce sono uguali: dunque l’andamento divergente di Italia e Spagna sui mercati è dovuto esclusivamente ai meriti di Roma e ai demeriti di Madrid. Ecco perché Bagnasco ha ragione: i nostri sacrifici hanno portato risultati, per cui sarebbe un delitto sprecarli in nome del teatrino politico.

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