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Febbre da fusione sui listini: nascono le Superborse

di Leonardo Maisano

«Queste operazioni non sono mai casi unici, arrivano a ondate». Thomas Caldwell ceo di Caldwell Securities di Toronto quantomeno ci spera, specializzato com'è in titoli di stock exchange, di tutto il mondo. Ieri è stato il suo giorno e spera lo possa essere anche oggi quando i rumors dicono che potrebbe toccare a Cboe il listino di Chicago specializzato in stock options. Il titolo è schizzato del 12% nel mezzo di una giornata storica per le Borse sui due lati dell'Atlantico, spazzate da un tsunami di fusioni. Aveva cominciato il London stock Exchange Group, di cui è parte anche Borsa Italiana, con l'annunciato deal per combinarsi al Tmx canadese. Ha proseguito Deutsche Börse decisa a mettere le mani su Nyse-Euronext, pronta, peraltro, a sciogliersi in un'intesa capace di creare la più grande Borsa del mondo. Francoforte e New York confermano i colloqui avanzati e fanno sapere che uno scambio solo azionario con l'assegnazione del 60% del capitale al gruppo tedesco e il resto a quello euro-americano è in avanzata fase di trattativa. Cosa quasi fatta: il gruppo prossimo venturo avrà con una capitalizzazione da 24 miliardi di dollari, quartier generali a Francoforte e New York, una prospettiva di sinergie capaci di abbattere i costi di almeno 300 milioni di euro e ha già tracciato anche la struttura di vertice. Duncan Niederauer ceo di Nyse-Euronext diverrebbe l'executive numero uno del gruppo, mentre Reto Francioni, ceo di Deutsche assumerebbe quelle di chairman. La notizia è stata salutata con una fiammata dai mercati. Nyse è balzato del 17% mentre Duetsche Börse è stata sospesa in attesa di chiarire se i colloqui andranno davvero a buon fine, disegnando la silhouette di un gruppo forte abbastanza per spodestare Hong Kong Exchange. Non è detto che tutto finisca come pare. L'asse New York-Francoforte è fragile. Dal 2006 se ne parla anche se allora la parte del leone non spettava ai tedeschi, ma agli americani. A ruoli invertiti, forse, l'esito sarà differente.

Nessuna suspense ma fuochi d'artificio in Borsa (fino a più 11%), invece, per "la fusione fra uguali", come Xavier Rolet, ceo di Lse Group, va definendo l'accordo formalizzato ieri con i canadesi di Tmx. Londra-Toronto-Milano è una realtà che aspetta solo il via libera degli organismi di controllo, procedura peraltro articolata per le differenti giurisdizioni che hanno messo al lavoro gli avvocati e anche gli advisor (per Lse sono stati Morgan Stanley, BarCap e Royal Bank of Canada; Merril Lynch e Bank of Montreal per Tmx con la consulenza dello studio legale britannico Freshfield e di quello canadese Olser). Ma c'è ottimismo per il buon esito di un deal che vedrà svettare lungo l'Atlantico, con un piede ben piantato nel Mediterraneo, un gruppo leader mondiale per numero di società quotate (6700 con una capitalizzazione aggregata di 3700 miliardi di sterline), per numeri record nelle materie prime (settore minerario ed energetico), per il ruolo di guida indiscussa nei mercati emergenti e nelle piccole e medie imprese. Primati tutti da rivedere e certamente correggere se l'abbraccio di Deutsche Börse a Nyse-Euronext finirà in gloria.

I colloqui di tedeschi e americani hanno rovinato la festa di Xavier Rolet e di Lse, spegnendo qualche faro da una fusione che alla fine vedrà emergere una holding controllata al 55% da Lse Group e al 45% da Tmx ( concambio 2,9963 azioni Lse a ciascun shareholder del gruppo canadese). Fusione che darà alla partecipazione italiana un ruolo di primo piano per la forte diluizione del capitale di Tmx. Unicredit e Banca Intesa si ritroveranno rispettivamente terzo e quarto maggior azionista della nuova realtà con, rispettivamente il 3,3 e il 2,9% del capitale della SuperBorsa. Alle spalle di Borse Dubai (11,33%) e Qatar Investment Authority (8,3%). L'organigramma vede riaffermata la centralità di Xavier Rolet l'uomo che ha fortissimamente voluto l'intesa e che sarà ceo della holding rimanendo anche a Lse Group. Presidente sarà Wayne Fox che ricopre la stessa carica in Tmx. Alla vice presidenza sono stati chiamati Chris Gibbon Smith e Paolo Scaroni, rispettivamente presidente e vice di Lse Group. Nel board avranno otto posti gli uomini di Lse (tre italiani Paolo Scaroni, Raffaele Jerusalmi e Massimo Tononi) e sette quelli di Tmx. Il comitato esecutivo sarà composto, per Lse, da Rolet e Jerusalmi in quanto ceo di Lse e Borsa Italiana.

Un quadro che cerca di rispettare tutte le anime di un gruppo che tenta di giocare una mano globale, partendo da una capitalizzazione di 4,3miliardi di sterline ai valori di chiusura dei titoli. Proprio questo è stato il leitmotiv degli interventi di Xavier Rolet. Ovvero l'internazionalizzazione di una società che esce dal ristretto europeo e che cerca di monetizzare dalle forti sinergie (35 milioni di sterline di risparmi in due anni con una non meglio definita proiezione a cinque anni che dovrà garantire fino a 100 milioni). Valutazioni che non tutti gli analisti condividono anche se la fusione è stata salutata positivamente. Anche per la struttura diffusa sul territorio che promette di avere con il reddito fisso di gruppo radicato a Milano mentre a Montreal si concentrerà l'attività di derivati. Toronto avrà il mercato primario globale, Londra continuerà ad avere la testa tecnologica e strategica.

La fusione prima di considerarsi cosa fatta dovrà superare una serie di ostacoli. Il via libera delle autorità di sorveglianza e la formalizzazione dell'ok degli azionisti. Non solo. Dovranno anche attendere che si dissolvano i rumors del possibile rilancio di altri concorrenti, su Tmx. Voci che ieri i manager dei due gruppi hanno liquidato senza eccessivi patemi.
 

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