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Fca vola a nuovi record La Borsa punta sull’alleanza

L’ipotesi di una possibile aggregazione tra Fca e General Motors, piuttosto che di potenziali nozze con Ford, ha messo le ali al titolo del gruppo automobilistico che ieri ha chiuso a 15,8 euro dopo avero superato i 16 euro a più riprese. La controllante Exor ha aggiornato addirittura il massimo storico salendo a 41,56 euro forte di un nav (net asset value) di 13 miliardi. Pochi giorni fa il ceo, Sergio Marchionne, è tornato sul tema aggregazioni definendo «fattibile» un’eventuale integrazione con uno dei due colossi americani. L’idea, tra l’altro, sembra incontrare l’appoggio della famiglia Agnelli che oggi ancor più di ieri è disposta a sacrificare le redini del comando a favore di un’operazione che renda «la compagnia più forte». Ciò purché il tutto sia funzionale a un progetto industriale che tenga conto di complementarietà e sovrapposizioni e, soprattutto, che serva per creare un’entità unica che abbia totale libertà di movimento in termini di investimento in ricerca sull’auto del futuro (l’ibrida di “nuova generazione” piuttosto che quella che si guida da sola). L’ambizione sarebbe quella di replicare quanto avvenuto in sede di fusione con Chrysler. Anche se le condizioni sono diverse rispetto a quelle di qualche anno fa.

L’ipotesi di una possibile aggregazione tra Fca e General Motors, piuttosto che di potenziali nozze con Ford, ha messo le ali al titolo del gruppo automobilistico che nella seduta di ieri ha cercato più volte di superare la soglia dei 16 euro, salvo poi chiudere in progresso dell’1,28% a 15,80 euro. Un valore più che doppio rispetto al prezzo segnato nella prima giornata di contrattazione a Wall Street, il 13 ottobre scorso (7,02 euro). D’altra parte, l’idea di una nuova operazione straordinaria nell’imminente futuro di Fca ha spinto in alto anche le quotazioni di Exor, la cassaforte della famiglia Agnelli che controlla poco meno del 30% del gruppo automobilistico, al punto che la holding ha chiuso al massimo storico balzando del 4,61% a 41,56 euro e oggi ha un nav (net asset value) che sfiora i 13 miliardi. Complici, in parte, le recenti attese del mercato di un prossimo consolidamento del settore motori. Evoluzione che Fca intende vivere da protagonista. Non a caso pochi giorni fa il ceo, Sergio Marchionne, è tornato sul tema definendo «fattibile» un’eventuale integrazione con uno dei due colossi americani. L’idea, tra l’altro, sembra incontrare anche l’appoggio della famiglia Agnelli che ancora oggi tiene le redini della società. Già in passato il presidente di Fca nonché guida operativa di Exor, John Elkann, si era espresso in maniera piuttosto esplicita a favore di un ulteriore salto dimensionale della controllata: «Non sono un venditore se l’operazione serve a rendere la compagnia più forte». Una sensibile diluizione non sarebbe dunque un problema, anzi. Tanto più che Gm è di fatto già un public company e con la famiglia Ford i rapporti sono cordiali e l’eventuale tema dei diritti di voto sarebbe una questione di cui si occuperebbero gli advisor legali. Ciò purché il tutto sia funzionale a un progetto industriale che tenga conto di complementarietà e sovrapposizioni e, soprattutto, che serva per creare un’entità unica che abbia totale libertà di movimento in termini di investimento in ricerca sull’auto del futuro (l’ibrida di “nuova generazione” piuttosto che quella che si guida da sola). L’ambizione, in quest’ottica, è quella di superare i vecchi schemi del passato in materia di M&A, ossia con un soggetto acquirente e l’altro che diventa semplice preda. Marchionne punterebbe sostanzialmente a replicare quanto avvenuto in sede di fusione tra Fiat e Chrysler. Va detto, tuttavia, che oggi le condizioni sono diverse rispetto a quelle di qualche anno fa.?In primis perché lo stato di salute dell’auto americana è certamente più florido di un tempo. Numeri alla mano, infatti, se il destino di Fca sono le nozze d’oltreoceano il gruppo non potrà mai giocare alla pari.
Sebbene Gm e Ford abbiano chiuso un bilancio 2014 meno brillante dell’anno precedente, hanno comunque ricavi assai rotondi, 156 miliardi di dollari la prima e 144 miliardi la seconda, contro i 96 miliardi di euro di Fca. Ma soprattutto hanno una capitalizzazione più che doppia rispetto al gruppo guidato da Marchionne e scontano, peraltro, multipli più bassi. Gm, per esempio, vale 62 miliardi di dollari e tratta poco più di 8 volte il p/e (prezzo sull’utile) stimato per il 2015. Ford capitalizza 65 miliardi e quota circa 10 volte il p/e stimato per l’anno in corso. Fca, invece, con il balzo segnato ieri ha un valore di poco inferiore ai 22 miliardi di dollari ma il p/e al 2015 è oltre le 17 volte. Certo, il gruppo guidato Marchionne ha ancora un certo valore da estrarre. Innazitutto perché, sono le attese degli esperti Ihs Global Insight, già a febbraio le vendite in Europa potrebbero aver superato l’andamento positivo delle immatricolazioni nel vecchio continente: il progresso di Fca dovrebbe essere dell’11,3% contro il +7,3% del mercato (ascesa che potrebbe compensare il forte rallentamento del Brasile). E poi l’operazione Ferrari è ancora tutta da scrivere, giusto qualche giorno fa il ceo si è espresso così: «Con 7 miliardi di euro non ci facciamo niente, mi aspetto molto di più».
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