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Fca si separa da Ferrari “Debito azzerato nel 2018”

AMSTERDAM.
Dal 4 gennaio Ferrari si staccherà definitivamente da Fca e verrà quotata anche alla Borsa di Milano. L’assemblea degli azionisti del Lingotto decide a larghissima maggioranza lo spin off del Cavallino. «Per la Rossa si apre un nuovo capitolo », dice Sergio Marchionne agli azionisti. In sala, per la prima volta da quando la riunione dei soci si svolge in Olanda, compaiono i piccoli azionisti tradizionalmente definiti “disturbatori” di assemblea. Una trasferta costosa cui si immaginava avrebbero rinunciato una volta trasferita la sede da Torino: «Ho voluto farmi il regalo di Natale e pagarmi il viaggio fin qui», confessa uno di loro. Ma al voto finale saranno contrarie solo un milione di azioni su più di un miliardo. Agli azionisti Fca verrà consegnata un’azione Ferrari ogni dieci titoli Fiat-Chrysler posseduti. In questo modo il 4 gennaio Exor avrà il 24% dei titoli del Cavallino (che garantisce il controllo), Piero Ferrari manterrà la sua quota del 10 e gli attuali azionisti Fca al di fuori di Exor si divideranno il rimanente 56%. L’ulteriore pacchetto del 10% è già sul mercato a Wall Street. La svolta non è solo per il nuovo titolo della Rossa. «Quando sarà effettuato lo spin off – dice Marchionne – verrà messo in evidenza anche il valore di Fca». Che oggi è molto al di sotto della capitalizzazione dei concorrenti. Senza il valore di Ferrari, Fca dovrebbe capitalizzare poco meno di 10 miliardi, molto lontani sia dalla capitalizzazione di colossi come Gm (55 miliardi) sia da quella degli altri concorrenti: «Paghiamo gli effetti dell’indebitamento », ammette l’ad ma promette: «Entro il 2018 azzereremo il nostro debito e avremo una capitalizzazione paragonabile a quella dei concorrenti. A quella data contiamo su un utile intorno ai 5 miliardi». Obiettivi ambiziosi: oggi Fca è indebitata per 7,8 miliardi che dovrebbero ridursi a poco più di 6 per effetto dell’extrabonus pagato da Ferrari all’atto dello spin off. Oggi l’utile è a un miliardo. Dunque entro tre esercizi Marchionne conta di azzerare 6 miliardi di debito e di aumentare di 4 miliardi l’utile. Per riuscirci bisogna adattarsi continuamente ai mercati: «Dobbiamo cercare di puntare sui modelli che tirano per fare cassa e finanziare gli altri», confessa l’ad. E per questo motivo annuncia una riduzione dei lanci nel 2016 in conseguenza del rallentamento di Cina e Brasile. Ma a gennaio prevede «una revisione degli obiettivi per la produzione di Jeep», modello ideale per il mercato cinese dove vanno bene le auto prodotte sul posto e arrancano quelle importate. Quanto alle produzioni italiane, confermato il Levante a Mirafiori. A Pomigliano potrebbe arrivare un secondo modello? La risposta è possibilista: «Devo parlarne con i sindacati». I nuovi modelli Alfa come il nuovo suv e l’ammiraglia da realizzare a Mirafiori saranno rinviati «ma solo di alcuni mesi». In ogni caso il piano previsto fino al 2018 «è tutto confermato». Dopo quella data “il futuro è nell’ibrido” mentre per il diesel le conseguenze dello scandalo Volkswagen «ci faranno partire le pene dell’inferno».
Resta in piedi l’ipotesi della grande alleanza con Gm. Farete una proposta formale? «La vera domanda – dice John Elkann – è se vogliamo fare una mossa ostile. La risposta è no». Meno diplomatico Marchionne: «Per il momento non abbiamo sul tavolo un’opa ostile». Ma non ha incontrato Mary Barra a Washington? «Era una riunione con molte persone. Io l’ho salutata e ho fatto il mio dovere». Dal che si deduce che la risposta dell’ad di Gm non deve essere stata particolarmente calorosa.
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