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Fca-Psa, ora vince chi governerà

Nei 13-15 mesi di tempo che mancano al closing dell’operazione, Psa-Fca aprirà il cantiere della governance, senz’altro tra i più delicati perchè dovrà definire gli equilibri nell’azionariato e nel consiglio. Temi in larga parte ancora da discutere nei dettagli, prima che nasca il nuovo gruppo, che avrà un nome inedito, legato al concetto di mobilità, senza acronimi.

Da quando è stata annunciata l’intesa, a fine ottobre, a quando è stato firmato l’accordo di fusione vincolante è stata sminata la questione Dongfeng in relazione ai rapporti con gli americani. L’interlocuzione con il Cifius – il comitato sugli investimenti esteri negli Stati Uniti – ha portato alla riduzione della quota prospettica del partner cinese di Psa al 4,5%, al di sotto cioè del 5% che avrebbe assegnato a Dongfeng il diritto a indicare un componente del board, in rappresentanza diretta o come indipendente, così come era previsto nell’ipotesi iniziale. Il Cifius è un’entità governativa che risponde direttamente al presidente Donald Trump e, sebbene il suo compito sia quello di analizzare le implicazioni per la sicurezza nazionale degli investimenti stranieri negli Usa, in realtà il suo raggio d’azione è così ampio da influire anche su società terze rispetto agli Usa. Un anno fa, per questa via, il veto Usa ha fatto saltare la vendita di Permasteelisa ai cinesi di Grandland. Il Cifius non ha voluto che fosse messa a disposizione di proprietari cinesi la tecnologia dell’azienda trevigiana che fa vetrate per i grattacieli e oltreoceano conta diversi stabilimenti. Così si è concordato che, prima della fusione, Dongfeng ceda le azioni in eccesso a Psa, che le annullerà. Un’operazione che comporta un costo, ma che era la più neutrale possibile per ridimensionare la presenza cinese, senza toccare gli altri pesi iniziali. Post fusione Exor avrà il 14,66% del capitale, la famiglia Peugeot e Bpifrance (in pratica lo Stato francese) quote paritetiche appena sotto il 6%, e Dongfeng appunto il 4,5%. Il resto sarà flottante sul mercato (con triplice quotazione a New York, Parigi e Milano), mentre i diritti di voto doppi matureranno solo dopo tre anni di possesso continuativo. Confermata l’opzione alla famiglia Peugeot di aumentare la quota di un ulteriore 2,5%, che potrà acquistare da subito sul mercato o da Dongfeng, oppure, dopo i tre anni di standstill, da Bpi.

Di riflesso alla rinuncia cinese è già cambiato lo schema del consiglio, che sarà sempre composto da undici membri, cinque per ciascuna parte più l’amministratore delegato Carlo Tavares. La novità, infatti, è che in consiglio entreranno due rappresentanti dei lavoratori, uno per ciascuna parte. Per Fca è possibile, forse anche probabile visto il peso che hanno i sindacati negli Usa, che il posto sarà occupato da un lavoratore Chrysler. Ci saranno poi due indipendenti per ciascuna parte, due indicati da Exor, uno dalla famiglia Peugeot e uno da Parigi. Inoltre un consigliere in rappresentanza della famiglia Peugeot, uno in rappresentanza dello Stato francese e due di Exor, tra cui il presidente John Elkann che ricoprirebbe la carica nella veste attuale che, in Fca, non è di pura rappresentanza. L’ad di Fca Mike Manley avrà un ruolo esecutivo, presumibilmente per la componente americana da cui proviene, ma non entrerà nel board della nuova società combinata, che avrà sede in Olanda.

Secondo quanto riferito da Reuters, i francesi avrebbero già cercato rassicurazioni sulla possibilità di mantenere la supremazia numerica nel board anche nel dopo Tavares. Il manager portoghese, che di fatto sarà l’ago della bilancia per i cinque anni assicurati del suo mandato, in realtà coprirà la carica di amministratore delegato del gruppo. Sebbene manchino almeno sei anni al momento in cui si dovrà scegliere un successore, è probabile che le regole per una scelta condivisa vadano chiarite subito. Una delle ipotesi di matrice francese è che la parte in supposta supremazia numerica possa indicare una rosa di tre nomi entro la quale operare la scelta dell’ad.

La composizione del board giocoforza potrebbe però sollevare tematiche “di parte” in un futuro non troppo lontano per un’altra questione: cioè se e quando si tratterà di affrontare una razionalizzazione dell’apparato produttivo. Nei 3,7 miliardi di sinergie iniziali non sono contemplate chiusure di stabilimenti, ma le sinergie totali a regime, in quattro-cinque anni, sono stimate in almeno 15 miliardi. Lo Stato-azionista, nel benedire l’operazione, ha già messo le mani avanti: gli stabilimenti in Francia comunque non si toccano.

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