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Fca, 2,2 miliardi per la Melfi brasiliana

Quando il lavoro andava a casa degli operai, e non viceversa, era così: la grande fabbrica di auto che sorge dove c’erano i prati, migliaia di ragazzi con gli occhi lucidi e addosso la prima tuta blu, le ragazze che lasciano i campi per mettere su famiglia. E i politici locali tutti contenti. Fca ha aperto ieri nel Nordest brasiliano il suo primo grande stabilimento della nuova era, una fabbrica per produrre 250 mila Renegade (marchio Jeep) all’anno, suv popolare destinato ai mercati dell’America Latina. Ma l’idea di Sergio Marchionne di ripartire da una avventura in Brasile risale a cinque anni fa: c’era ancora la Fiat, e al governo qui l’ex operaio metalmeccanico Lula. Fu lui a spingere per portare lavoro nel suo Pernambuco, una delle regioni più povere del Paese, mentre Marchionne avrebbe preferito raddoppiare nel Minas Gerais, dove la Fiat arrivò nel lontano 1973 (prima grande operazione della gestione di Gianni Agnelli). Come spesso accade, prevalse la politica. Per avere un’idea di quel che attendeva Fca, alcuni dei neoassunti di Goiana hanno dovuto ripassare l’alfabetizzazione basica (portoghese e aritmetica) prima di poter affrontare corsi tecnici veri e propri. 
Eppure ieri all’inaugurazione della fabbrica, tradizionale maglione blu nonostante i 35 gradi, il padre di Fca sprizzava orgoglio. L’audacia ha pagato, almeno finora. «In tutte le mie esperienze in giro per il mondo è qui nel Pernambuco che ho visto compiere la rivoluzione più grande – ha detto Marchionne – È iniziata quando abbiamo creduto che nel mezzo di una distesa di canne da zucchero si potesse creare uno degli stabilimenti più competitivi al mondo». Al suo fianco la presidente Dilma Rousseff sorrideva: «Per noi la Fiat è ormai una azienda brasiliana, la consideriamo di casa». Nella dirittura finale della campagna elettorale 2014, in un momento di difficoltà, Lula prese per mano la sua candidata e la portò a Goiana, sorta di Melfi tropicale, per far vedere a tutti chi crea e porta lavoro ai poveri. Andò bene. La Rousseff vinse per un soffio e il Pernambuco fu determinante.
Tre anni fa, alla vigilia della fusione, Marchionne decise che il primo compito della nuova fabbrica sarebbe stato produrre per Jeep, ex marchio Chrysler, e non un altro «carro popular» Fiat. Ma la flessibilità dell’impianto, che già nasce come il più moderno del gruppo, permetterà se vi fosse bisogno di cambiare in corsa e costruire fino a tre modelli diversi. I numeri sono notevoli. Oltre ai 3.300 addetti della fabbrica, ce ne sono 4.900 tra i fornitori e 850 nei servizi. 2,2 miliardi di euro l’investimento. Tutto dev’essere fatto in casa, perché attorno non c’è nulla, se non un porto ad un centinaio di chilometri per imbarcare le auto. La linea opera per ora su due turni, con una capacità potenziale di 60 veicoli l’ora. Le Renegade nascono grazie a 160 stazioni di lavoro e 700 robot.

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