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Fbi, Gates: “Apple dovrà collaborare”

LAS VEGAS.
Bill Gates è su tutte le furie: no, non ha preso posizione a favore dell’Fbi e contro Apple, nella contesa fra tutela della privacy e lotta al terrorismo. Per lui il chief executive Tim Cook ha ragione a pretendere che tutti i livelli della giustizia americana si pronuncino, prima di “violare” il codice criptato dell’iPhone che apparteneva ai due terroristi di San Bernardino. «Una volta seguite le procedure di una democrazia, la privacy può essere oltrepassata in nome della sicurezza nazionale». Il fondatore di Microsoft accusa il
Financial Times
di avere distorto il suo pensiero descrivendolo come un alleato dell’Fbi. Il vero Gates-pensiero, tutti possono verificarlo alla fonte: ascoltando la lunga intervista da lui rilasciata a Charlie Rose e andata in onda lunedì sera sulla rete televisiva pubblica
Pbs. «Non appoggio una posizione estrema, quella per cui il governo ha sempre ragione e ogni sua richiesta va accolta, come ai tempi in cui Edgar Hoover dirigeva l’Fbi. Ma non mi riconosco neppure nell’idea che il nostro governo sia cieco, quindi impotente di fronte a minacce per la sicurezza nazionale: terrorismo, criminalità, pedofilia».
Gates, che oggi non ha più incarichi operativi alla Microsoft (ma è l’uomo più ricco d’America grazie al suo pacchetto azionario), si dedica a tempo pieno alla fondazione filantropica creata con la moglie Melinda. Resta però un “grande saggio”, consultato sui temi dell’economia digitale. Il caso Apple lo vede in una posizione delicata perché per decenni si è alimentata la leggenda sulla rivalità aziendale e anche personale tra lui e lo scomparso Steve Jobs. Ma nell’intervista a Rose, Gates non ha lasciato trasparire animosità. Su un punto solo Gates si dissocia dalla versione di Cook: «Non è vero che la tecnologia per oltrepassare il codice criptato non esiste, non è vero che una volta inserito il pin un iPhone diventa impenetrabile. È come se una banca di fronte alla richiesta di fornire i dati del conto corrente di un cliente, in un’indagine per evasione fiscale, sostenesse di non averli».
Il problema tecnologico è risolvibile. Però Gates, incalzato a più riprese dall’intervistatore di Pbs, non si mette contro Cook. In questo si allinea alla posizione di tutti gli altri gruppi dell’economia digitale, da Google a Facebook. Per il fondatore di Microsoft, «siamo in una democrazia e ci sono delle regole, delle procedure da seguire, perché la comunità nazionale si pronunci sull’equilibrio tra privacy e sicurezza». Secondo lui il rifiuto di Apple di obbedire all’Fbi, e al giudice federale, è solo un passo procedurale e garantista, per far sì che la questione venga trattata ai livelli più elevati: in appello e possibilmente fino alla Corte suprema. «È ovvio che quando la Corte suprema si dovesse pronunciare a favore, Apple dovrà collaborare ». Gates traccia una distinzione tra governi democratici e regimi autoritari come la Cina. Ricorda che anche fra le democrazie esistono posizioni diverse, citando l’ampia diffusione di videocamere di sorveglianza in Inghilterra. Conclude auspicando che gli Stati Uniti «abbiano un ampia discussione su questo tema, e poi stabiliscano un precedente che sia di esempio anche per altri».

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