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Fatture, la genericità costa cara

Fatture con descrizione generica, detrazione a rischio. Se a una descrizione troppo generica della prestazione effettuata in fattura il contribuente non riesce a provare, documentalmente, il contenuto dell’operazione sottostante, il rischio di una rettifica dell’ufficio è tutt’altro che remoto. Rettifica che potrebbe prendere di mira l’inerenza e la congruità del costo sostenuto, ma anche il diritto alla detrazione dell’Iva esposta nella fattura stessa fino ad arrivare, nei casi più gravi, alla contestazione perfino dell’esistenza e realtà della prestazione resa.

È questo l’orientamento dominante della più recente giurisprudenza tributaria di legittimità e di merito su una materia sulla quale, a breve, è chiamata a pronunciarsi anche la Corte di giustizia Ue (si veda ItaliaOggi del 23 febbraio scorso).

La necessità di una descrizione la più dettagliata possibile, o quanto meno sufficiente al punto tale da mettere in condizione il verificatore di apprezzare l’entità e la quantità delle prestazioni ricevute, risulta dunque l’elemento determinante sia agli effetti dell’imposta sul valore aggiunto sia ai fini delle imposte dirette.

L’importanza della descrizione contenuta nella fattura diventa ancor più evidente quando questa costituisce l’unico documento probatorio della prestazione resa.

La descrizione e il contenuto della fattura sono ovviamente molto più rilevanti quando le operazioni a essa sottostanti sono costituite da servizi che, come tali, non necessitano di altra documentazione obbligatoria quali, per esempio, i documenti di trasporto.

Questa tematica è solo apparentemente semplice. In realtà sono molte le rettifiche operate sia dagli uffici dell’Agenzia delle entrate sia dai reparti della Guardia di finanza, che prendono spunto proprio dalla mancata o insufficiente descrizione in fattura delle prestazioni ricevute.

È un tema che apre il fianco a tutta una serie di questioni, prima fra tutte la ripartizione dell’onere probatorio fra Amministrazione finanziaria e contribuente.

Prima di esaminare sinteticamente le più recenti pronunce della giustizia tributaria è necessario fissare un punto di distinzione in relazione all’onere della prova: se oggetto di contestazione non è solo la generica descrizione della fattura ma l’esistenza stessa della prestazione eseguita, grava sull’amministrazione finanziaria l’onere di provare che le operazioni stesse non sono mai state poste in essere (Cassazione n. 3259/2012); se invece oggetto di contestazione non è l’esistenza della prestazione ma l’inerenza, la congruità del costo e la detraibilità dell’Iva esposta in fattura per carenza della descrizione in violazione dell’articolo 21 del dpr 633/72, allora spetterà al contribuente dare dimostrazione della sussistenza, inerenza e deducibilità di tali costi e dell’Iva a essi afferente.

Su quest’ultimo aspetto non si può non dimenticare quanto possa essere fondamentale riuscire ad attivare un contraddittorio preventivo con l’ufficio al preciso di fine di superare, documenti alla mano, la contestazione in ordine alla generica descrizione dell’operazione indicata in fattura.

Anche su questo fronte, purtroppo, le acque sono tutt’altro che ferme. Dopo l’infelice pronuncia delle sezioni unite dello scorso 9 dicembre, infatti, il diritto al contraddittorio preventivo può essere invocato dal contribuente unicamente in caso di accertamenti preceduti da accessi, ispezioni o verifiche oppure se aventi a oggetto tributi di matrice comunitaria, quali per esempio l’imposta sul valore aggiunto.

Negli altri casi l’ufficio potrà invece procedere alla contestazione della generica descrizione della fattura negando il diritto alla deduzione del costo ai fini Ires, Irpef o Irap, senza nemmeno interpellare il contribuente negandogli la possibilità di produrre l’eventuale documentazione a supporto di tali costi.

Illegittima la fattura generica priva di supporto documentale. Una descrizione troppo generica e l’assenza di alcun supporto documentale in grado di dimostrare l’inerenza del costo impediscono al contribuente la deduzione del costo indicato in fattura. È quanto deciso dalla Cassazione con la sentenza n. 12286 del 2015.

Nel caso esaminato dalla suprema corte infatti la fattura oggetto del contendere recava la semplice dicitura: «collaborazione alla elaborazione e redazione degli atti tecnico-amministrativi, relativi al progetto esecutivo..». A fronte della contestazione dell’ufficio, si legge in sentenza, il contribuente non aveva fornito adeguati supporti documentali dell’inerenza del costo e inoltre non risultava agli atti alcun conferimento scritto di incarico alla società né tantomeno vi erano preventivi di spesa, né un contratto tra le parti idoneo a dimostrare la causa dell’esborso.

Affinché un costo possa essere incluso tra le componenti negative del reddito, conclude la Cassazione nella sentenza in oggetto, non solo è necessario che sia certa la sua esistenza, ma occorre anche che sia provata la sua inerenza, il che equivale a dire che deve trattarsi di spese riferite ad attività da cui derivano ricavi o proventi che concorrono a formare il reddito d’impresa.

Anche l’emittente risponde della descrizione generica. Se la descrizione della fattura è troppo generica può essere sanzionato anche colui che la emette e non solo chi la riceve. È quello che ha stabilito la Cassazione nella sentenza n. 21980 del 2015.

L’articolo 21 del dpr 633/72 richiede che nella fattura vengano indicati natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi formanti oggetto dell’operazione. Tali indicazioni rispondono a oggettive finalità di trasparenza e di conoscibilità e sono funzionali per consentire l’espletamento delle attività di controllo e verifica da parte dell’amministrazione finanziaria.

Va da sé che un’indicazione generica dell’operazione fatturata, che, nel caso di specie accorpa indistintamente in un’unica descrizione attività fra loro disparate sotto il profilo dei contenuti, spaziando da attività materiali (trasporto e magazzinaggio), ad attività d’ordine (tenuta contabilità), ad attività a più alto contenuto di professionalità (promozione vendite) e ad attività del tutto generiche (servizi professionali e marketing), non soddisfa le finalità conoscitive che la norma intende assicurare ed è quindi giustamente da sanzionare.

Troppo generico scrivere in fattura «consulenza tecnica». L’ingegnere che affida in outsourcing la gestione del suo studio non può dedurre le fatture che recano la dicitura generica di «consulenza tecnica». È sulla base di questo presupposto che i giudici della Cassazione (sentenza n. 7214 del 10 aprile 2015) hanno respinto il ricorso presentato da un libero professionista al quale l’ufficio delle entrate aveva contestato la deducibilità dei costi per la gestione in outsourcing del suo studio perché recanti la suddetta dicitura che non consentiva di verificare l’inerenza dei costi sostenuti.

Secondo i giudici del Palazzaccio dunque nel caso di specie è onere del contribuente provare non soltanto l’indefettibile requisito dell’inerenza dei costi, ma anche la loro effettiva sussistenza e il loro preciso ammontare, attraverso una documentazione di supporto dalla quale sia possibile ricavare, oltre che l’importo della spesa, anche le ragioni della stessa, non essendo sufficiente eccepire la semplice contabilizzazione delle spese stesse.

La fattura può essere generica solo se basata su un contratto. La fattura può anche recare una succinta descrizione della prestazione effettuata, a patto che a supporto della stessa vi sia un contratto stipulato fra le parti nel quale le prestazioni stesse sono bene individuate e descritte.

È sulla base di questo ragionamento, del tutto logico, che i giudici della Commissione tributaria regionale di Milano hanno accolto l’appello del contribuente ribaltando il giudizio di primo grado.

Le conclusioni della sentenza in commento appaiono più che ragionevoli. Spesso nella fattura non risulta possibile dare specificazione a tutta la serie di lavorazioni e di operazioni che le parti hanno posto in essere e alle quali la fattura stessa si riferisce. Non si può però contestare come generica una fattura che viene emessa sulla base di un supporto documentale, quale un contratto sottoscritto fra le parti, al quale viene fatto esplicito riferimento.

Resta ovviamente evidente che in caso di contestazione in ordine alla suddetta genericità delle descrizioni riportate in fattura, il contribuente dovrà fornire la prova delle operazioni sottostanti, come avvenuto nel giudizio sottoposto all’esame della commissione regionale lombarda. Parte appellante, si legge infatti in sentenza, ha allegato all’appello uno stralcio dei contratti stipulati fra le parti evidenziando la tipologia dei singoli servizi prestati e oggetto delle fatture in contestazione.

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