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Fatture false, la prova all’ufficio

In tema di accertamento delle imposte sui redditi e Iva nell’ipotesi di costi documentati da fatture che l’amministrazione ritiene relative a operazioni inesistenti, non spetta al contribuente provare che l’operazione sia effettiva ma all’ufficio che adduce la falsità. A fornire questo principio è la Corte di cassazione con la sentenza 1110 depositata il 17 gennaio 2013 che sembra confermare il più recente orientamento dei giudici di legittimità e della Corte di giustizia europea in tema di fatture false. Un orientamento certamente importante, perché dovrebbe contribuire a mitigare il rigore interpretativo finora espresso in precedenza dalla Suprema Corte e, soprattutto, dall’amministrazione finanziaria
La vicenda oggetto del procedimento trae origine dalla rettifica di alcuni costi a una società, perché, secondo l’ufficio, riguardavano operazioni fittizie. Sia la Ctp sia la Ctr accoglievano le tesi difensive volte a evidenziare, in estrema sintesi, che sulla contestata inesistenza delle operazioni l’ufficio non aveva fornito alcuna prova. L’agenzia delle Entrate, nonostante il verdetto sfavorevole nei primi due gradi di giudizio, ricorreva per cassazione, lamentando, tra l’altro, che il giudice di secondo grado si era limitato a condividere le tesi difensive secondo cui le operazioni fittizie non erano state provate dall’amministrazione.
I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso dell’agenzia delle Entrate rilevando che nell’accertamento delle imposte sui redditi e Iva, nell’ipotesi di costi documentati da fatture, che l’amministrazione ritiene relative a operazioni inesistenti, non spetta al contribuente provare che l’operazione sia effettiva. È l’ufficio, il quale adduce la falsità del documento e quindi l’esistenza di un maggiore imponibile, che deve provare, seppure su base presuntiva, che l’operazione commerciale non sia mai stata posta in essere.
Nel caso specifico, la sentenza di secondo grado impugnata aveva rilevato che le operazioni contestate rientravano nell’oggetto sociale dell’impresa, ed erano puntualmente identificate. La tesi dell’ufficio era quindi basata su mere congetture prive di qualsivoglia supporto probatorio, per cui, in mancanza di prova contraria, le argomentazioni del contribuente circa l’effettività dei costi, e la loro deducibilità, dovevano ritenersi condivisibili in quanto sorrette da idonea documentazione.
Anche la Corte di giustizia europea nelle più recenti pronunce si è espressa negli stessi termini della Suprema Corte.
Vi è da auspicare ora che anche l’amministrazione ne prenda atto e, in presenza di fatture false, eviti di ribaltare l’onere probatorio in capo al contribuente, o di proseguire sempre e comunque i contenziosi nei quali è soccombente, costringendo il contribuente ad affrontare, come nella specie, tre gradi di giudizio per vedere riconosciute le proprie ragioni.

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