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Fatture false, la buona fede non salva la detrazione

La buona fede del soggetto passivo non salva la detrazione dell’Iva se l’operazione che gli è stata fatturata è inesistente; per negare il diritto alla detrazione, quindi, è sufficiente che l’amministrazione finanziaria dimostri che la cessione di beni o la prestazione di servizi non è stata realizzata. È quanto ha statuito la Corte di giustizia Ue nella sentenza 27 giugno 2018, cause riunite C-459/17 e C-460/17, risolvendo la questione pregiudiziale sottoposta dal consiglio di stato francese, che aveva chiesto di sapere se, in base alle disposizioni dell’articolo 17 della sesta direttiva in vigore all’epoca dei fatti, il cui contenuto è stato poi trasfuso, sostanzialmente identico, nella direttiva 2006/112/Ce del 28 novembre 2006 (direttiva Iva), l’amministrazione, al fine di rifiutare la detrazione dell’Iva menzionata sulla fattura emessa in relazione ad operazioni inesistenti, debba anche accertare la carenza di buona fede del soggetto passivo.

Al riguardo, la Corte osserva che, nel sistema dell’Iva, il diritto a detrazione è legato alla realizzazione effettiva della cessione di beni o della prestazione di servizi, per cui tale diritto non può sorgere in assenza della cessione o prestazione. Ricorda, poi, di avere precisato che l’esercizio del diritto in esame non si estende a un’imposta dovuta esclusivamente per il fatto di essere indicata in una fattura (ovvero sulla base del c.d. principio di cartolarità sancito dall’art. 203 della direttiva Iva).

Pertanto, la circostanza che il soggetto passivo che invoca la detrazione sia o meno in buona fede non incide sulla questione se l’operazione sia stata effettuata: dalla giurisprudenza della Corte, infatti, emerge che il sistema comune si basa su una definizione uniforme delle operazioni imponibili, definizione che ha carattere obiettivo e deve essere interpretata indipendentemente dagli scopi e dai risultati, senza che l’amministrazione finanziaria sia obbligata ad indagare per accertare la volontà del soggetto passivo, oppure a tener conto dell’intenzione di un operatore, diverso da tale soggetto passivo, che intervenga nella stessa catena di cessioni.

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In definitiva, l’esistenza di un diritto a detrazione dell’Iva – del quale spetta a colui che lo invoca dimostrare la sussistenza dei relativi presupposti – è subordinato alla condizione che le operazioni siano state effettivamente realizzate.

I principi di certezza del diritto e di parità di trattamento non valgono a modificare tale conclusione. Il primo esige che le norme di diritto siano chiare, precise e prevedibili nei loro effetti, affinché gli interessati possano determinarsi consapevolmente; con riferimento alle norme pertinenti nella fattispecie in esame, nulla lascia presumere che i soggetti interessati non siano stati in grado di orientarsi utilmente.

Riguardo al principio di parità di trattamento, nella sua declinazione della neutralità fiscale, particolarmente importante nell’Iva, esso impone che gli operatori economici che effettuano le stesse operazioni non siano trattati diversamente in materia di Iva, salvo che una differenza di trattamento sia obiettivamente giustificata; ciò posto, il soggetto passivo al quale viene negata la detrazione in ragione dell’inesistenza dell’operazione imponibile non si trova nella stessa situazione del soggetto passivo al quale la detrazione è stata invece accordata per via dell’effettiva realizzazione dell’operazione.

Traducendo in altre parole quest’ultima osservazione della Corte, in sostanza, una cosa è la c.d. inesistenza soggettiva, ossia l’emissione della fattura da parte di un soggetto diverso da quello che ha posto in essere l’operazione effettivamente realizzata, che secondo la giurisprudenza della Corte non pregiudica il diritto alla detrazione dell’acquirente in buona fede (che non sapeva e non poteva rendersi conto dell’evasione realizzata da un altro soggetto); altra è l’inesistenza oggettiva, ovvero la mancata effettuazione dell’operazione fatturata, ipotesi nella quale non può incardinarsi alcun diritto alla detrazione, a prescindere dallo stato soggettivo del destinatario della fattura.

In conclusione, sulla base delle argomentazioni sopra esposte, la Corte ha dichiarato che l’articolo 17 della sesta direttiva va interpretato nel senso che «per negare al soggetto passivo destinatario di una fattura il diritto di detrarre l’Iva menzionata su tale fattura, è sufficiente che l’amministrazione stabilisca che le operazioni alle quali tale fattura corrisponde non sono state effettivamente realizzate».

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