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Fattura generica in detrazione

La descrizione troppo generica dell’oggetto della prestazione nella fattura è in contrasto con il contenuto minimo obbligatorio del documento prescritto dalla direttiva Iva. Questa irregolarità riveste tuttavia natura formale ed è sanzionabile come tale, ma non pregiudica, di per sé, il diritto alla detrazione dell’Iva qualora sia possibile per l’amministrazione finanziaria accertare la sussistenza dei presupposti sostanziali del diritto.

È quanto emerge dalla sentenza 15 settembre 2016 della Corte di giustizia Ue, relativa al procedimento C-516/14, promosso dai giudici portoghesi per sapere, con riguardo alle disposizioni dell’art. 226 della direttiva, se l’amministrazione finanziaria possa ritenere insufficiente il contenuto di una fattura e, su tale base, negare al destinatario il diritto alla detrazione dell’imposta, nel caso in cui possa comunque ottenere gli elementi informativi che ritenga necessari per la conferma dell’esistenza e delle caratteristiche dettagliate delle operazioni. Nella fattispecie, si trattava di fatture per prestazioni legali nelle quali l’oggetto delle operazioni era descritto come «servizi giuridici forniti da una certa data sino ad oggi» o «servizi giuridici forniti sino ad oggi», quindi in modo non conforme alle prescrizioni dell’art. 226, nn. 6) e 7) della direttiva, che richiedono di indicare nella fattura, rispettivamente, la quantità e la natura dei beni ceduti o l’entità e la natura dei servizi resi, nonché la data in cui è effettuata o ultimata la cessione di beni o la prestazione di servizi o la data in cui è corrisposto l’acconto, sempreché tale data sia determinata e diversa dalla data di emissione della fattura.

Nella sentenza, la Corte osserva preliminarmente che l’obiettivo delle indicazioni obbligatorie che devono essere riportate sulla fattura è di consentire alle amministrazioni di controllare il pagamento dell’imposta dovuta e, se del caso, la sussistenza del diritto alla detrazione.

Nel caso di specie, per quanto riguarda l’indicazione richiesta dal n. 6) dell’art. 226, la Corte rileva che la descrizione «servizi giuridici» non rappresenta in maniera sufficientemente dettagliata la natura dei servizi resi, né consente di desumere l’entità dei servizi stessi, per cui deve considerarsi non conforme alla direttiva. Analogamente, riguardo all’indicazione richiesta dal n. 7), ossia la data in cui è effettuata o ultimata la prestazione di servizi, trattandosi di operazioni che comportano versamenti di acconti o pagamenti successivi, è necessario che la fattura menzioni i periodi di riferimento delle prestazioni, indicazione che non può desumersi dalla descrizione «servizi giuridici forniti sino ad oggi». In questi termini, pertanto, le fatture sono da considerarsi irregolari, salvo che il giudice nazionale accerti che dalla documentazione integrativa successivamente esibita dall’emittente, ove equiparabile ad una fattura, risulti una descrizione più dettagliata.

Quanto alle conseguenze della fattura irregolare in merito al diritto alla detrazione del destinatario, però, la corte rammenta che il principio fondamentale di neutralità dell’Iva impone che la detrazione sia accordata se i requisiti sostanziali sono soddisfatti, anche quando risultino omessi taluni obblighi formali. Pertanto l’amministrazione, ferma la possibilità di sanzionare l’irregolarità della fattura che non rispetta i requisiti previsti dall’art. 226, punti 6 e 7, della direttiva, non può negare il diritto alla detrazione qualora disponga delle informazioni necessarie per accertare che i requisiti sostanziali relativi a tale diritto sono stati soddisfatti. A tal fine, essa non deve limitarsi all’esame della fattura, ma deve tenere conto delle informazioni complementari fornite dal soggetto passivo, al quale comunque incombe l’onere di provare il fondamento del diritto.

Franco Ricca

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