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Fattibilità del concordato vietata al giudice delegato

Un punto per i professionisti chiamati ad attestare i piani di concordato preventivo. È illegittimo il giudizio del tribunale sulla fattibilità del piano che ha condotto a giudicare inammissibile la proposta. L’unica valutazione che l’autorità giudiziaria può fornire è sul rispetto della disciplina giuridica e non invece sull’aspetto pratico-economico del piano messo a punto.
Lo chiarisce la Corte d’appello con sentenza del 27 febbraio 2013 con la quale è stata revocata la dichiarazione di fallimento pronunciata dal Tribunale nei confronti di una srl. La sentenza prende atto della recentissima pronuncia delle Sezioni unite civili della Cassazione (sentenza n. 1521 del 23 gennaio) e ne fornisce una lettura assai favorevole agli studi chiamati a predisporre i progetti di concordato.
Per la Corte d’appello il Tribunale ha ecceduto rispetto al suo compito di controllo dei margini di legittimità del piano, quando si è spinto a verificare gli elementi dell’attivo e del passivo attestati dal professionista sulla base dell’articolo 161 comma 3 della Legge fallimentare.
Il professionista, in questo caso, deve infatti essere assimilato all’ausiliario del giudice e dal suo giudizio sulla fattibilità l’autorità giudiziaria può scostarsi quando le modalità attuative del piano risultano incompatibili con norme inderogabili, mai invece in ordine alla fattibilità del piano.
I giudici sottolineano così che «il margine di sindacato del giudice sulla fattibilità del piano, cioè, deve essere correlato al contenuto della proposta, nel senso che il controllo deve essere volto alla verifica della fattibilità giuridica della proposta intesa come idoneità della stesa ad assicurare la realizzazione del suo contenuto (…)». Va invece escluso che la magistratura possa entrare nel merito della misura di soddisfacimento percentuale che il piano assicura ai creditori, una misura che, chiarisce ancora la sentenza, non è in ogni modo vincolante, fatta salva l’assunzione di una specifica obbligazione da parte dell’imprenditore.
Deve cioè essere considerato illegittimo un giudizio con le caratteristiche di una prognosi, un giudizio cioè con margini di opinabilità accentuati e quindi, elevate possibilità di errore. Dei relativi profili di rischio, indubbiamente presenti, devono farsi carico i creditori, a patto naturalmente che abbiano ricevuto una corretta e completa informazione in merito.
Nel caso censurato dalla Corte d’appello (che si sottrae da una rivalutazione), invece, il Tribunale, dopo avere dato atto dei termini della proposta, aveva proceduto a una riclassificazione dell’attivo riducendolo per la considerevole misura di 20 milioni «asseritamente superiore all’intero importo necessario per il soddisfacimento percentuale del chirografo».

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