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Fase cautelare a maglie larghe

di Debora Alberici 

Sulla 231 fase cautelare a maglie larghe: in caso di società pubbliche commissariate per responsabilità amministrativa degli enti, il giudice deve definire a priori i poteri del commissario. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 43101 del 22 novembre 2011, ha accolto l'ultimo motivo presentato da una grande spa commissariata dopo essere stata accusata di responsabilità amministrativa degli enti.

In particolare la sesta sezione penale, dopo aver ribadito che le norme contenute nel dlgs 231 si applicano anche in caso di illeciti sullo smaltimento dei rifiuti, ha sancito che il giudice che nomina un commissario deve definirne i poteri a priori, tenendo conto del tipo di attività svolta e dell'ex amministratore. «Nella fase cautelare», ha motivato la Corte, «è importante che il giudice indichi compiti e poteri del commissario, in quanto si tratterà di indicazioni funzionali non solo per la corretta gestione dell'ente in una fase delicata del procedimento, ma che acquistano un rilievo particolare anche in relazione alla valutazione di adeguatezza della misura sostitutiva in questione, in quanto è imposto al giudice di tenere conto della specifica attività in cui è stato posto in essere l'illecito». Non solo: la circostanza che il commissariamento della società sia stato deciso in sede di riesame non esime il tribunale dal dovere di indicare i «compiti e i poteri» del commissario, tenendo conto anche della specifica attività svolta dall'ente e della situazione in cui si trovava il vertice della società. Resta fermo che «la verifica dell'attuazione di tali compiti non potrà essere affidata al Tribunale del riesame organo che è intervenuto a seguito dell'impugnazione cautelare, ma dovrà essere rimessa al giudice per le indagini preliminari al quale, in applicazione della noma generale di cui all'art. 47 dlgs 231/2001, deve essere riconosciuta una competenza permanente in materia dei provvedimenti cautelari assunti nella fase delle indagini».

In altre parole il Collegio di legittimità ha messo in evidenza come in caso di misure cautelari il riferimento delle norme alla specifica attività comporti il richiamo dei criteri stabiliti dall'art. 14 dlgs 231/2001 sulla scelta delle sanzioni. Insomma, attraverso l'art. 14 il giudice è chiamato a tenere conto del principio della cd frazionabilità delle sanzioni interdittive, che «impone che tale tipologia sanzionatoria non operi in modo generalizzato e indiscriminato, ma si adatti, ove possibile, alla specifica attività dell'ente che è stata causa dell'illecito». Dinanzi alla forte invasività delle sanzioni interdittive nella vita dell'ente il legislatore ha voluto che il giudice tenesse conto della realtà organizzativa dell'ente sia per neutralizzare il luogo nel quale si è originato l'illecito, sia per applicare la sanzione valorizzandone l'adeguatezza e la proporzionalità, nel rispetto del criterio dell'extrema ratio.

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