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Fase 2: Conte la smetta coi dcpm

Torniamo (spero per l’ultima volta) sulla vexata quaestio degli strumenti usati dal governo per gestire l’emergenza Corona Virus. Un argomento tecnico, ma di quelli che, per riflessi politici, innestano una calda, dura polemica, dividendo gli italiani in sostenitori del premier Conte e in critici dello stesso. Un gruppo di intellettuali (che non manca mai) ha addirittura reso pubblico sul manifesto un «manifesto» di sostegno al nostro caro timoniere. Supponendo, forse, di sostituire il loro libero (si auspica) consenso a quello imprescindibile del Parlamento.

Definiamo i termini del problema. Partiamo dall’art. 16 della Costituzione: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.»

Altro articolo che si occupa di libertà personale è il 13 che ammette restrizioni soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria (in casi eccezionali e per 48 ore dell’autorità di P.S.). La Costituente definì il testo citato dopo un’approfondita discussione alla quale partecipò gente del calibro di Lelio Basso, Aldo Moro, Giorgio La Pira, Palmiro Togliatti: in un primo momento la formula era «i limiti imposti dalla legge per i casi di guerra, di epidemia e di pubblica calamità» poi, trasformatisi in aula in «motivi di sanità o di sicurezza.» In ogni caso, il testo finale prevede che le limitazioni siano stabilite in via generale dalla legge.

Il governo Conte, dopo avere deliberato il 31 gennaio 2020 «… per 6 mesi … lo stato di emergenza … », ha provveduto ad adottare limitazioni alla libertà dei cittadini mediante due decreti-legge, ma ha dato la sensazione, a causa di una comunicazione troppo «premier-centrica», di governare l’emergenza con suoi decreti, dpcm. Atti cioè che hanno natura meramente amministrativa, come quelli dei ministeri, ai quali sono in linea di principio assimilabili.

L’anomalia comunicazionale (di certo deviante) tra la lettera della Costituzione e i dpcm è stata rilevata da alcuni studiosi della materia, primo fra tutti Sabino Cassese. Chi scrive se ne è occupato lo stesso giorno e negli stessi termini su altro organo di stampa.

Sul punto, il premier Conte non poteva continuare a tacere, dopo varie settimane. Ha quindi spiegato che la fonte giuridica dei suoi dpcm va trovata in due decreti legge

Il primo del 23 febbraio 2020, n. 6 (convertito) stabilisce «Art. 1. Misure urgenti per evitare la diffusione del Covid-19. 1. Allo scopo di evitare il diffondersi del Covid-19… le autorità competenti sono tenute ad adottare ogni misura … adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica. 2. Tra le misure di cui al comma 1, possono essere adottate …» . Insomma, il corpo grosso della normativa restrittiva delle libertà personali è stato adottato con decreto-legge.

Il secondo del 25 marzo 2020, n. 19, statuisce: «Misure urgenti per evitare la diffusione del Covid 19. Per contenere e contrastare i rischi sanitari derivanti dalla diffusione del virus Covid -19, su specifiche parti del territorio nazionale ovvero, occorrendo, sulla totalità di esso, possono essere adottate, secondo quanto previsto dal presente decreto, una o più misure… per periodi predeterminati, ciascuno di durata non superiore a trenta giorni, reiterabili e modificabili anche più volte fino al 31 luglio 2020, termine dello stato di emergenza dichiarato con delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, e con possibilità di modularne l’applicazione in aumento ovvero in diminuzione secondo l’andamento epidemiologico del predetto virus …» Segue l’elenco particolareggiato delle misure che sarà possibile adottare.

Le formule adottate nei decreti-legge sono esse stesse anomale e capaci di indurre in errore: «… le autorità competenti sono tenute ad adottare…» e «… possono essere adottate …una o più misure…» In italiano ciò intende dire che i decreti-legge non sarebbero immediatamente esecutivi, quando, in realtà, lo sono, e che, quindi, sarebbe necessario, quando non è necessario, un dpcm di implementazione operativa. Inutili barocchismi contrastanti con il principio ordinamentale dell’economicità dei mezzi giuridici.

In concreto, il primo dpcm è stato adottato lo stesso giorno del decreto-legge 23 febbraio, e ha avuto (asseritamente) natura di mera attuazione dello stesso. Il 25 febbraio altro dpcm contenente «nuove misure rispetto a quelle del 23 febbraio». Se sono nuove, sono nuove e costituiscono una fonte di limitazioni non previste dalla legge (anche se poi, nel merito, sono più che altro specificazioni di ciò che era stato stabilito). Altri dpcm (1°, 4, 8 [con il quale cessano gli effetti dei decreti del 1° e del 4] 9, 22 marzo e 22 aprile) sono intervenuti nella delicata materia.

In questo contesto, si è inserita l’intervista che Gustavo Zagrebelsky ha rilasciato al Fatto quotidiano, rilanciata con pifferi e tamburi come attribuzione al governo di piena correttezza costituzionale. Riprendo dal testo pubblicato online, sul punto: «(intervistatore)

Quindi tutto bene?», Z: «Sto parlando degli aspetti formali. Le restrizioni dei diritti costituzionali in situazioni come quella che stiamo vivendo e nei limiti ch’essa richiede devono avvenire in base alla legge, ed è ciò che è avvenuto. “In base alla legge” e non necessariamente dalla legge approvata dal parlamento: ci immaginiamo che cosa sarebbe una discussione parlamentare articolo per articolo? Nella sostanza, le misure oggetto della decretazione possono essere valutate come si vuole, ma questa è un’altra questione. L’opinione di chi sostiene che i diritti costituzionali siano stati limitati per arroganza del governo è errata.».

La risposta contiene alcuni elementi che meritano una sottolineatura: «In base alla legge» e non necessariamente dalla legge approvata dal parlamento: ci immaginiamo che cosa sarebbe una discussione parlamentare articolo per articolo?».

Qui c’è un’affermazione ovvia: «“In base alla legge” e non necessariamente dalla legge approvata dal parlamento» che, correttamente, ricorda che il decreto-legge è vigente durante i 60 gg di attesa della sua conversione. E poi un’asserzione azzardata: «… ci immaginiamo che cosa sarebbe una discussione parlamentare articolo per articolo?»

Questa, secondo me, non può essere di Gustavo Zagrebelsky: esprime, infatti, un ingiustificabile disprezzo nei confronti dell’attività parlamentare, che tuttavia, nel caso del decreto-legge, si esercita pienamente durante il procedimento di conversione. Probabilmente è dell’intervistatore, il cui nome nel web non compare.

La conclusione della risposta dell’ex presidente della Corte costituzionale («L’opinione di chi sostiene che i diritti costituzionali siano stati limitati per arroganza del governo è errata») fa rabbrividire per superficialità e disprezzo della verità. Prima di tutto, la questione di cui discutiamo è la costituzionalità dei procedimenti governativi, nel merito dei quali Zagrebelsky si guarda bene dall’intervenire. In secondo luogo la questione «arroganza» è un escamotage politico-giornalistico che, a chi vuol studiare in modo sereno la situazione, non dice nulla. Fa parte (l’affermazione di arroganza) della manipolazione in corso da parte degli amici del premier Giuseppe Conte (tra i quali il n. 1 è Il Fatto quotidiano) nei confronti dei suoi avversari, o dei suoi avversari nei confronti del premier. Per queste ragioni, l’intervista di Zagrebelsky è fuorviante ed errata. Per responsabilità (interessata) del giornalista e per responsabilità incancellabile dell’intervistato che non si è dissociato da affermazioni rozze e infondate.

Rimane, perciò, certo che il dpcm non è strumento coerente con una previsione costituzionale inderogabile nel richiedere che sia la legge a stabilire limitazioni alle libertà personali per ragioni sanitarie. E non è nemmeno immaginabile una delega per decreto-legge al presidente del consiglio per autorizzarlo ad adottare norme di merito. E si consolida la spiacevole sensazione di un governo che cerca di evitare il confronto parlamentare e, quindi, impedisce uno dei fondamentali diritti-doveri delle camere: il sindacato, appunto, «parlamentare».

Concludendo. Il provvedimento amministrativo dpcm non può intervenire sulle libertà dei cittadini. Nella realtà di questi mesi concitati, il ricorso ai dpcm è stato sempre dichiarato coerente e meramente attuativo di provvedimenti di legge (i decreti-legge). Nelle immancabili vertenze del dopo-pandemia che giungeranno -c’è da giurarci- sino alla Corte costituzionale, emergerà se il governo, con i suoi dpcm, ha introdotto limitazioni aggiuntive e illegittime.

Motivi di polemica e lotta politica possono essere definiti e inventati in ogni minuto. Specie in una situazione drammatica come questa. La realtà è che la Fase 1 ha visto l’Italia disciplinatamente eseguire con buoni risultati tutte le disposizioni di tutela. La Fase 2 in avvio da oggi, è un libro da scrivere. Sperabilmente senza dpcm.

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