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Faro di Consob e Pm sul trading in titoli Profilo

L’accusa, mossa dall’Ufficio abusi di mercato della Consob e leggibile in un lungo documento da circa 12 mesi sul tavolo della Procura di Milano e che Il Sole 24 Ore ha potuto consultare, è di «manipolazione operativa del mercato». Nel mirino degli uomini di Giuseppe Vegas, come è noto, sono finiti principalmente Fabio Candeli (in qualità di amministratore delegato di Banca Profilo) e Matteo Arpe (in qualità di presidente della controllante Arepo). Per Consob «due operatori della sala operativa della banca», di concerto con i vertici sopra menzionati, hanno manipolato il titolo Banca Profilo. Abbastanza perché la Commissione, un volta conclusosi il processo sanzionatorio, potesse procedere all’interdizione dei due manager. Ciò non è avvenuto. E questo perché, dopo una battaglia prima al Tar e poi al Consiglio di Stato, quest’ultimo ha concesso ai ricorrenti la sospensiva. Lo ha fatto aggiungendo un dettaglio in più: ha “suggerito” a Consob di rivedere la propria procedura sanzionatoria perché ritenuta non sufficientemente rispettosa dei diritti dell’uomo. Sarebbe dunque stato un vizio, per così dire procedurale, a evitare ad Arpe e Candeli l’interdizione? Accusa e difesa leggono la partita in maniera opposta.
Per comprendere meglio il contesto in cui si dipana lo scontro “frontale” tra Autorità e vigilati, il prossimo 19 novembre il Tar emetterà giudizio di merito, va ricostruita la vicenda. A seguito di una lunga ispezione della Commissione nelle sedi di Banca Profilo e Arepo, avvenuta nel periodo di maggio 2013 (si era appena consumata la battaglia per Fondiaria Sai con protagonista anche la cordata Arpe-Palladio), l’Autorità, che ha avuto accesso a carte, registrazioni telefoniche, mail, ha ricostruito l’attività di acquisto di azioni Banca Profilo da parte di Arepo nel periodo che va dal 21 giugno 2011 al 27 maggio 2013.

In quell’arco temporale Arepo ha acquistato sul mercato un 8% circa del capitale della banca. Lo ha fatto a valle di precisa delibera consiliare e comunicando a Consob gli estremi di ogni operazione compiuta sul titolo. Tuttavia Consob, è la tesi degli uffici, ha ravvisato nelle modalità di intervento dei trader che hanno effettuato le operazioni, intenti manipolatori volti a sostenere le quotazioni. Per la Commissione sono stati utilizzati due schemi operativi ricorrenti. Da un lato gli ordini venivano concentrati in archi temporali ristretti al termine della negoziazione o all’asta di chiusura. Dall’altro, ciò veniva fatto massimizzando l’impatto sul prezzo. Nella negoziazione in continua «applicando sistematicamente le proposte in vendita così da scalare il book», in asta immettendo gli ordini al termine dell’asta stessa. Ancora due, di fatto, i pilastri attorno ai quali ruota l’accusa. La continuità: su 472 giorni monitorati sono state acquistate azioni in 353 giorni, nell’area di chiusura in 301 giorni. E la quantità: la media aritmetica dell’incidenza della quantità acquistata su quella scambiata è vicina al 28%; il 40% della quantità totale è stato acquistato all’asta di chiusura; in 38 giornate la quantità acquistata è superiore al 50% dei volumi scambiati; il 33% deriva da 465 ordini spalmati su 254 giornate inseriti alle 17.29; in 110 giornate la quantità acquistata in asta di chiusura è uguale al 100% della quantità scambiata in asta. In aggiunta, Consob sottolinea che solo in 18 giornate su 353 Arepo ha acquistato a un prezzo poi rivelatosi minimo. Tutto ciò, secondo l’Ufficio Abusi di mercato, ha portato a sopravvalutare le azioni Banca Profilo tanto che nelle carte viene allegata una tabella che mette a confronto il p/e (rapporto tra prezzo e utili) della banca rispetto ad alcuni competitor (Azimut, Bper, Mediobanca per citarne qualcuno). Emerge così che per un certo periodo, è il terzo trimestre del 2011, l’istituto guidato da Candeli ha un prezzo che vale 752 volte gli utili mentre nel secondo trimestre del 2012 199 volte, contro valori che nel comparto viaggiavano tra le 22 e le 59 volte. Tutto questo, per gli uomini di Vegas, è sufficiente a dimostrare che il prezzo di Banca Profilo è stato «sostenuto artificialmente» ed è stato fatto «per salvaguardare la reputazione» di Arpe e «fornire un’apparenza di successo» all’operazione di salvataggio di Banca Profilo.
Di opposto avviso, evidentemente, il pool di legali che si sta occupando della vicenda per conto dell’azionista e delle controllate per le quali il successo è scritto nei numeri: il titolo è balzato non appena finita l’operatività di Arepo su Banca Profilo e oggi vale una plusvalenza di 60 milioni. La difesa punta a smontare l’accusa incidendo su due fronti. Il primo è quello procedurale che, stando almeno alle recenti pronunce, gli dà ragione. E parte dal fatto che ad Arepo e Banca Profilo non è stato concesso il contraddittorio, l’accesso alle basi dati e un giudice indipendente. Quest’ultimo passaggio è assai delicato. Come detto la Commissione non ha ancora deliberato sul tema. L’intera vicenda dunque, dovrebbe essere argomento ancora esclusivo dell’Ufficio abusi. Tuttavia, nella relazione Consob del maggio scorso, l’Autorità fa preciso riferimento a un caso di manipolazione del mercato operativa che «ha riguardato gli acquisti effettuati nell’arco di due anni da una banca italiana, per conto della controllante». In questo modo, si contesta, è stato di fatto anticipato un giudizio ancora “non emesso”. Questo, come detto, non è però l’unico piano sul quale la difesa costruisce la propria replica. Ce n’è uno anche prettamente operativo. Il titolo, nell’arco temporale oggetto di osservazione Consob, è passato da 0,32 euro a 0,24 euro. Mentre oggi, le operazioni di acquisto titoli sono finite il febbraio scorso, vale di nuovo 0,32 euro ma è arrivato a superare gli 0,45 euro. Dunque, nessun guadagno nel periodo monitorato. Tanto più che, fanno notare i legali di parte, il p/e utilizzato da Consob per dimostrare la sopravvalutazione è un indicatore non adatto a Banca Profilo e all’attività che svolge. La valutazione di istituti bancari – si sottolinea – deve svolgersi utilizzando il gordon growth model o il dividend discount model o il price- assets under management. Il campione scelto per il raffronto sarebbe poi “incoerente”. Riguardo al comportamento dei due trader, invece, gli avvocati hanno contestualizzato l’operatività inserendola in un quadro specifico. Come detto Arepo decide, ma già in sede di salvataggio di Banca Profilo lo aveva ipotizzato, di arrotondare la propria partecipazione nell’istituto. Ci prova, inizialmente, chiedendo all’ex socio Sandro Capotosti di cedere il proprio 10% del capitale. Lo fa due volte, ma in tutte e due le occasioni riceve picche come risposta. Arepo decide allora di rivolgersi al mercato. I trader – si spiega – si trovano però a dover affrontare una situazione assai particolare. In quel periodo si posiziona in vendita Capotosti, i fratelli Torchiani e, si scoprirà solo poi, un terzo soggetto (sentito anche da Consob) fittizio. Quest’ultimo ha giocato un ruolo chiave, lui dirà di averlo fatto «con finalità didattiche». È un piccolo azionista Banca Profilo che nell’arco di due anni ha immesso ben 5.200 ordini di vendita (il 6% della banca avendone una quota infinitesimale) che poi, immancabilmente, ha ritirato dal book. Spesso quegli ordini sono a prezzi bassissimi (è il 5 ottobre 2011 e si inserisce a 0,2 euro quando il titolo quota a 0,28). È in questo quadro che si sarebbero mossi i due trader. Un quadro – si fa notare – “sporcato” dalla presenza di soggetti che premevano al ribasso.
Quanto ad Arpe, per il quale Consob ipotizza un ruolo “direzionale”, ossia non poteva non sapere, la difesa è netta: non c’è processo senza prova, nell’ispezione non è stata trovata né una mail, né una telefonata né alcun altro elemento che potesse collegare l’operatività dei trader all’azionista di controllo.

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