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Faro Bce sui soci di Deutsche Bank

Persino l’eterna spina nel fianco di Deutsche Bank, Hans-Christoph Hirt, ha ammesso all’ultima assemblea che ci sono stati «progressi». Dopo anni di calvario finanziario, di voci di salvataggi e di contenziosi miliardari, il parere positivo del consulente della britannica Hermes Eos, è una novità. In sintonia con quello di molti analisti che stanno migliorando l’outlook di Deutsche. Ma nella stessa assemblea, Hirt non ha mancato di puntare il dito contro quello che molti investitori percepiscono come il prossimo punto interrogativo, per il futuro del colosso di Francoforte: il fatto che gli azionisti più importanti si chiamino Cina e Qatar.
«Nulla in contrario», ha scandito a maggio, «a patto che vengano sottoposti a una rigorosa analisi». Ed è notizia di ieri che la Vigilanza europea potrebbe accendere un faro proprio sulle quote detenute dai maggiori azionisti della prima banca tedesca, cioè su HNA e sui due fondi in mano alla famiglia reale qatarina. E non solo perché, come scrivevano alcuno quotidiani tedeschi con un filo di ironia, sono Paesi «non democratici ». La questione è più complessa.
Dai protagonisti il «no comment» è unanime. Ma stando alle indiscrezioni, la Vigilanza starebbe valutando se procedere, sarebbe insomma in una fase preliminare a un’indagine vera e propria. Il motivo è semplice: l’esame per appurare l’affidabilità degli investitori scatta formalmente solo quando le quote salgono oltre il 10%. Quando i cinesi salirono a maggio al 9,9%, a molti venne il sospetto che si fossero fermati appunto a un pelo dalla soglia minima. Ma la Bce può anche agire sotto quel tetto se esistono fondate ragioni per pensare che il nuovo azionista eserciti “un’influenza significativa” sulla banca.
Formalmente, non ci sono criteri per stabilire questa “influenza significativa”, ma le linee guida dell’autorità sulle banche Eba può fornire qualche indizio. Se ci sono transazioni regolari tra l’azionista e la banca, se gode di condizioni particolari, se ha un rappresentante nel management, se ha una posizione importante nell’azionariato, se può influire sulle decisioni strategiche.
A spanne, essendo i cinesi e i qatarini i primi azionisti e avendo espresso entrambi dei membri del Consiglio di sorveglianza, almeno due premesse sembrano esaudite. Per tornare all’assemblea di maggio, essendosi presentato allora soltanto il 42% degli azionisti, il fondo cinese e i due qatarini sono stati importanti per respingere ad esempio i ripetuti tentativi di avviare un’inchiesta esterna sullo scandalo della manipolazione del Libor o di sfiduciare il capo della Vigilanza Achleitner. Se la Bce, alla fine dell’analisi preliminare, dovesse ritenere “pesanti” le presenze dei due maggiori azionisti di Deutsche, scatterebbe l’indagine vera e propria.
L’esame punterebbe a capire se gli azionisti sono “affidabili”, cioè che i loro soldi non provengano dal riciclaggio di denaro sporco, che non siano terroristi, ma anche la loro reputazione e la loro solidità. Nella peggiore di ipotesi, agli azionisti verrebbe tolto il diritto di voto. Il punto non è soltanto la constatazione di Ingo Speich, della Union Investment, che «attraverso il loro seggio in consiglio», conquistato proprio a maggio, «i grandi azionisti hanno un’influenza che va ben oltre i diritti di voto», come ha notato all’assemblea.
Il punto è anche HNA è finita sotto indagine persino nel proprio Paese a fine giugno, dopo essere crollata in Borsa. Anche la vigilanza bancaria a Pechino ha acceso un faro sugli investimenti all’estero del fondo creato da Chen Feng, uomo d’affari considerato molto vicino al braccio destro di Xi Jinping, Wang Qishan. E in Germania molti si chiedono, dopo l’euforia dell’autunno scorso, quando i cinesi sembrarono i “salvatori” del colosso tedesco, quale sia lo scopo del mega investimento. Quanto al Qatar, non è un mistero che sia sospettato di finanziare delle organizzazioni terroristiche. Uno dei motivi che potrebbero costarle il cartellino rosso della Bce.

Tonia Mastrobuoni

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