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Far valere i diritti in giudizio diventa un privilegio da ricchi

Stretto nella morsa della spending review, il servizio giustizia sbarra la porta di ingresso, alzando il prezzo per poter ottenere una sentenza. L’incremento del contributo unificato e l’introduzione del balzello anche per cause prima esenti (famiglia e lavoro), il filtro alle impugnazioni, le sanzioni per la soccombenza nelle impugnazioni, il taglio alle sedi giudiziarie incorniciano un quadro in cui oggettivamente il cittadino non trova soddisfazione dal sistema giustizia.

Le cause ataviche della mala giustizia (tempi biblici) e il tetto ai risarcimenti dei danni causati da processi lumaca sono gli ulteriori tasselli di un mosaico a tinte fosche.

Fa pendant anche il flop della conciliazione. Al di là della valutazione dell’istituto in sé, dopo la cancellazione della conciliazione obbligatoria da parte della Consulta, non esiste in Italia un sistema di conciliazione delle controversie dotato di incisività tale da essere considerato una valida alternativa alla definizione delle vertenze nei tribunali.

D’altra parte le statistiche lo testimoniano. Le cause pendenti presso tutti gli uffici giudiziari erano 5.922.674 a giugno 2009, sono 5.488.031 a giugno 2012. La contrazione è del 3,5% nei Tribunali (soprattutto nella cognizione civile e nella previdenza), dell’1,3% nelle Corti d’appello (dovuta soprattutto alla previdenza e, in parte, all’equa riparazione), del 7% negli uffici del giudice di pace (per effetto della ulteriore riduzione delle opposizioni a sanzioni amministrative). Ma non si tratta solo di maggiore efficienza della giustizia, quanto piuttosto di allontanamento del cittadino, disincentivato a entrare nei tribunali in tanti modi. Vediamo quali.

Filtro agli appelli

Per gli appelli, il decreto legge 83/2012 ha introdotto un controllo iniziale, con il quale il giudice deve valutare se ci sono chance di accoglimento, altrimenti l’appello è inammissibile. In sostanza il giudice ha un potere decisionale altissimo, determinando la fine del processo senza nemmeno una valutazione piena dell’appello.

Altrettanto elevato è il rischio di proporre appello. Nella prassi giudiziaria si stanno fronteggiando due orientamenti.

Il primo più rigoroso consente al giudice di pronunciare l’inammissibilità sulla base di una valutazione sommaria dei fatti di causa. Questo indirizzo fa passare pochissimi appelli ed è il più pericoloso per chi propone l’appello.

L’altro orientamento è più lassista e blocca l’appello solo se è manifestamente sbagliato: qui il giudice non fa una valutazione sommaria, ma cerca di capire se c’è un abuso o un accanimento giudiziario e, in caso positivo, punisce l’appellante temerario con l’inammissibilità.

In ogni caso la conseguenza del filtro è che gli avvocati si sprecano in avvisi al proprio cliente, ammonendolo al fatto che pure in presenza di buone ragioni l’alea della valutazione non è sempre controllabile e gestibile a priori, anche usando tutta la diligenza possibile.

Contributo unificato

Il contributo unificato è una somma che si paga allo stato per fare una causa. Il suo ammontare è cresciuto in maniera esponenziale fino a raggiungere soglie elevatissime. Per un ricorso al Tar in materia di appalti si può arrivare a versare subito 6 mila euro.

Dalle novelle legislative non solo si registra un aumento per tutti i tipi di controversie, ma anche l’assoggettamento di controversie su materie prima esenti: si pensi alle controversie in materia di famiglia e di lavoro. Inoltre si è richiesto il pagamento nella stessa causa a più soggetti: mentre in origine pagava solo chi iniziava la causa, ora devono pagare il contributo anche coloro che sono chiamati in giudizio, se svolgono domande autonome; e persino chi ha iniziato la causa se cambia le sue domande (con innalzamento della base di calcolo) è chiamato a fare più versamenti.

Così alla cassa c’è sempre la fila, magari virtuale: infatti si può anche pagare telematicamente, ma è sempre un bel pagare. Come se ciò non bastasse, grazie alla legge di Stabilità 2013 se si perde in appello o in Cassazione bisogna pagare una cifra pari al contributo unificato per le impugnazioni in caso di soccombenza integrale o di inammissibilità o improcedibilità.

Senza contare che si possono ricevere multe se non si fa la dichiarazione del valore della causa (base di calcolo del contributo unificato) e se l’avvocato non indica negli atti il codice fiscale, il numero di fax e l’indirizzo di posta elettronica certificata.

Legge Pinto

Con il decreto 83/2012 è stata modificata la legge sull’indennizzo da processo lumaca. È stata fissata la soglia al di sotto della quale la durata del processo è ragionevole, è stato posto un tetto massimo di indennizzo annuale e sono stati elencati i casi in cui il diritto all’indennizzo è escluso a causa di condotte di abuso del processo. L’obiettivo è chiaramente quello di fare pagare di meno lo stato. Se però il servizio giustizia continua a fare acqua, la diminuzione del risarcimento sarà una beffa per chi continuerà a subire una giustizia lunga e meno responsabile.

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