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Ecco il fantascenario che avremmo visto senza l’ intervento

E se fosse andata nell’altro modo? …E’ assalto agli sportelli di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Già da ieri sera lunghe code di risparmiatori inferociti hanno preso d’assedio le filiali dei due istituti nella speranza di riuscire a recuperare i soldi sui loro conti correnti e di poter vendere le obbligazioni che hanno in portafoglio, mentre le banche si avviano alla liquidazione totale. Temono che il fallimento decretato dalla vigilanza della Bce e il mancato intervento di un acquirente privato per le attività delle due banche, abbia effetti molto pesanti. Ma sarà impossibile che riescano a ritirare subito i loro soldi.
Il Fondo interbancario di garanzia, pagato da tutte le altre banche, si prepara infatti a raccogliere circa 11 miliardi di euro per garantire entro 30 giorni il rimborso ai correntisti di Veneto e Vicenza con conti sotto i 100 mila euro. In pratica tutti i correntisti, visto che nessuno è stato così folle da lasciare in banca somme oltre la cifra garantita. E’ un esborso pesante: Intesa e Unicredit dovranno mettere oltre due miliardi a testa. Il Montepaschi, ormai pubblico, oltre un miliardo. A fine anno la Bce condurrà nuovi esami sulle banche italiane e dopo l’esborso per il Fondo di garanzia è quasi certo che dovrà chiedere nuovo capitale alla maggior parte di loro. Anche per questo, stamattina, piazza Affari ha paura di crolli dei titoli bancari e in alcuni casi — specie per gli istituti meno solidi — si teme la replica della corsa agli sportelli che sta avvenendo in Veneto.
Il premier Gentiloni e il ministro dell’Economia Padoan si dicono molto soddisfatti perché non un euro di fondi pubblici è stato speso per le banche venete e le regole europee che prevedono di ridurre al minimo l’esborso dei contribuenti in caso di crisi bancarie sono state rispettate in modo rigoroso. L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi usa le stesse identiche parole che disse in un’intervista pubblicata su Repubblica il 31 luglio scorso parlando di Mps: «Paghi chi ha sbagliato, non la gente comune». Ma a contestare la posizione del governo e a difendere obbligazionisti e correntisti delle Popolari venete, lasciati scoperti dalla scelta di non intervenire con fondi pubblici, interviene il capogruppo di Forza Italia alla Camera Renato Brunetta, anche lui ricalcando parole del luglio 2016 su Mps: «Renzi dice che “a lui interessa proteggere il correntista e il risparmiatore”. Dispiace constatare che ad oggi queste parole non hanno trovato alcun riscontro nella realtà». «Questo governo in 25 minuti ha fatto un decreto di domenica ed ha azzerato i risparmi di decine di migliaia di italiani — dice il vicepresidente della Camera, il grillino Luigi di Maio usando proprio le parole che pronunciò il 24 gennaio 2016 su Banca Etruria — . Noi gli chiediamo in 20 minuti di fare un decreto per ridare tutti i soldi a queste persone».
Tutte quello che avete appena letto non è mai avvenuto, ma le dichiarazioni virgolettate sono autentiche. Forse è anche a uno scenario come questo — panico agli sportelli, contagio su altre banche, attacchi in ogni caso delle opposizioni, demagogia a tonnellate con disinvolti salti della quaglia — che si riferiva ieri il ministro Padoan quando ha spiegato che non c’erano alternative alla soluzione che fa sborsare allo Stato 5,2 miliardi perché Intesa accetti di comprare a un euro le attività «buone» delle due Venete e lascia sulle spalle del pubblico la parte «cattiva» delle banche, che in teoria — solo in teoria giurano Tesoro e Bankitalia — potrebbe costare altri miliardi.
E’ probabile che a questo punto non ci fossero più alternative. E’ possibile che lo scenario di fantasia appena tracciato sarebbe stato peggiore di quanto avverrà con la scelta di bussare ai contribuenti. Ma è certo che se siamo a questo punto — una situazione e una soluzione imbarazzante per l’Italia quanto per Bruxelles, che ha dato il suo via libera solo per ragioni politiche — molto dipende anche dai ritardi di questo e del precedente governo nell’ammettere la profondità della crisi bancaria e agire di conseguenza. Quando nella primavera 2016 la Popolare di Vicenza si preparava all’aumento di capitale, assistita dall’Unicredit, e l’operazione andò a monte, fu il governo a lanciare l’operazione Atlante: oltre quattro miliardi raccolti con una pesante “moral suasion” tra banche, fondazioni e compagnie assicurative. Soldi che dovevano servire a rilevare i crediti deteriorati delle banche e che invece servirono in gran parte per un’iniezione di capitale comunque insufficiente per le banche venete. Sarebbe servito ben altro, magari anche con soldi pubblici — meno di ora — e a costo di sfidare Bruxelles. Ma il referendum costituzionale si avvicinava, un esborso di Stato non sarebbe stato il miglior viatico per le speranze di vittoria, il messaggio era che si viveva nel migliore dei mondi (anche bancario) possibili. Poi Renzi è caduto, Atlante è inciampato rovinosamente sotto un peso impossibile anche per il mitologico gigante e a Padoan e Gentiloni non resta che raccogliere i cocci delle banche rincollandoli con il mastice universale della spesa pubblica. Un rattoppo che forse non reggerà alla prova delle prossime elezioni.

Francesco Manacorda

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