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Famiglie e imprese, resta il nodo Euribor

di Maximilian Cellino e Morya Longo

A giudicare dalla reazione delle Borse (che sono salite mediamente del 2,45% in Europa), il taglio dei tassi deciso dalla "nuova" Bce di Mario Draghi ha centrato il segno. Abbassare i tassi ufficiali dall'1,50% all'1,25% significa solitamente favorire l'accesso al credito, a tassi più convenienti, per famiglie e imprese: significa, dunque, dare una spinta all'economia. Eppure, a parte l'euforia emotiva dei mercati, il rischio è che questo effetto "benefico" sia più un'illusione temporanea che una realtà duratura: perché è ormai chiaro che i tassi d'interesse pagati da imprese e famiglie italiane, spagnole, irlandesi, portoghesi o greche non dipendono più tanto dai tassi ufficiali della Bce, ma da come gli investitori percepiscono il rischio dei loro Stati. Il timore, insomma, è che l'effetto benefico del taglio dei tassi possa essere concreto solo nella metà "forte" dell'Europa. Per i Paesi in difficoltà, che insieme rappresentano il 36,5% del Pil dell'area euro, la mossa della Bce rischia invece di essere neutra.

La politica monetaria si riverbera sull'economia reale attraverso le banche: se gli istituti di credito trovano finanziamenti a costi più bassi, possono a loro volta prestare denaro a tassi più contenuti. Il problema è che gli istituti di credito dei Paesi in crisi da tempo faticano a trovare finanziamenti sul mercato a tassi convenienti. Anzi: ormai faticano proprio a trovare denaro. Calcola Société Générale che nel 2001, da gennaio ad oggi, le banche europee abbiano emesso solo 119 miliardi di euro di obbligazioni: si tratta del minimo mai registrato dalla nascita dell'euro. Anche il mercato interbancario è sempre più ingessato.

È per questo che le banche – soprattutto quelle dei paesi in crisi – hanno dovuto rincarare il costo del credito a imprese e famiglie. Calcola la Banca d'Italia che a inizio 2010 le aziende italiane trovavano finanziamenti con un tasso medio del 2%, mentre ora il costo sfiora il 3,5%. Questo rincaro non è dovuto all'andamento dei tassi Bce, ma solo alla percezione del mercato sul rischio-Italia: più i BTp soffrono, infatti, più le banche si finanziano a costi alti, più queste scaricano il costo su imprese e famiglie.

Ecco perché il taglio dei tassi, deciso ieri dalla Bce, rischia di essere poco efficace. Esistono decine di studi accademici, condotti sulle crisi dei Paesi emergenti, che dimostrano quanto la politica monetaria possa diventare inutile quando il rischio-Stato è elevato. Lo scrissero nel 1981 Sargent e Wallace, partendo dagli effetti deleteri di politiche fiscali squilibrate. Ma l'ha ribadito più recentemente anche il professor Francesco Giavazzi, studiando il caso del Brasile tra la fine degli anni '90 e i primi del 2000: «Il rischio di credito – scrive – può far scattare un meccanismo attraverso il quale una banca centrale che ha come target l'inflazione può perdere proprio il controllo dell'inflazione».
 

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