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Famiglie divise dalla Brexit

La Brexit rischia di dividere le famiglie italiane in Gran Bretagna. All’ombra del Big Ben (e nel resto del Paese) vivono 700 mila connazionali, molti dei quali hanno un coniuge che è suddito di Sua Maestà: ma dal prossimo 30 marzo, quando il Regno Unito sarà fuori dall’Unione Europea, queste mogli e questi mariti diventeranno tecnicamente degli extra-comunitari, separati dai loro coniugi da una barriera legale. E soprattutto in caso di no deal, cioè di una Brexit senza accordi, potrebbero avere problemi a viaggiare in Europa, oltre che perdere il diritto automatico a risiedervi e a lavorarci.

La soluzione più ovvia è far prendere a questi familiari la cittadinanza italiana, cui hanno diritto grazie al matrimonio. Ma qui scatta la tagliola, perché la procedura si rivela lunga e farraginosa: «Io ho impiegato solo tre mesi per ottenere la cittadinanza britannica — racconta Monica Lagazio, direttore presso una società di consulenza informatica — mentre mio marito Andrew, che è un QC (Queen’s Consul, un avvocato di alto rango), ha fatto domanda nell’estate del 2017 e non ha ricevuto neppure un cenno di risposta».

È per questo che le famiglie che si trovano in questa situazione si sono costituite in gruppo di pressione (#FamiglieUnite) e hanno scritto al premier Conte e ai vicepremier Di Maio e Salvini. L’appello al governo ha una ragione precisa: il recente decreto sicurezza ha allungato da due a quattro anni i tempi per avere una risposta alla domanda di cittadinanza. E se già adesso il completamento di tutto l’iter può richiedere anche 4-5 anni, adesso si rischia di dover aspettare dieci anni prima di ottenere il sospirato passaporto italiano. Troppo, di fronte a una Brexit che viaggia spedita verso il precipizio. «Riteniamo che non sia accettabile che un procedimento di una tale importanza per la vita dei cittadini italiani sposati con non italiani e delle loro famiglie possa richiedere tempi così lunghi — dicono i promotori di #FamiglieUnite —. Questo crea tensioni e incertezze che hanno spesso delle ripercussioni sulla vita privata e lavorativa di noi tutti». Di qui la richesta al governo di modificare subito il decreto sicurezza.

Ma il primo scoglio da superare è spesso la presentazione della domanda in consolato. «Mio marito (cittadino britannico) ha fatto domanda per la cittadinanza italiana per matrimonio a giugno del 2017 attraverso il consolato di Londra e finora non abbiamo sentito niente — lamenta una signora —. Non abbiamo neanche mai ricevuto il codice che dovrebbe arrivare entro 30 giorni dall’inoltro della domanda».

«È una questione che è alla mia attenzione», spiega il console Marco Villani, il quale però sottolinea che per il momento non ci si trova di fronte a grandi numeri. Il consolato di Londra sta emergendo adesso da una situazione pregressa di forte criticità — che aveva provocato non poche proteste — grazie al potenziamento degli uffici e allo snellimento delle procedure di prenotazione introdotti da Villani: «La pressione si è ridotta moltissimo e riceviamo tanti riscontri positivi», afferma il diplomatico. Anche la rete dei consoli onorari è stata rafforzata ed è stata disinnescata la sospensione dei corsi di lingua e cultura italiane nelle scuole in Inghilterra.

Ma sicuramente quella della cittadinanza «è una problematica che può emergere», ammette il console, che annuncia il potenziamento anche dei relativi uffici. C’è da augurarsi che non succeda come con l’Irlanda: in due anni ben 150 mila britannici hanno fatto richiesta per il passaporto di Dublino. Nelle famiglie italiane, a Londra, si tengono le dita incrociate.

Luigi Ippolito

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