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Famiglie d’Europa con la crisi in tasca

In tutta Europa la crisi morde redditi, potere d’acquisto e portafogli delle famiglie. Impossibile ignorare le continue conferme, che quasi quotidianamente arrivano da rapporti e centri studi.
Per il nostro Paese l’ultimo allarme, dettagliato e autorevole, è arrivato pochi giorni fa, in occasione dell’88esima giornata mondiale del risparmio. L’indagine “Acri-Ipsos 2012 sugli italiani e il risparmio” segnala che solo il 28% delle famiglie riesce ancora a risparmiare (erano il 35% nel 2011 e il 36% nel 2010), mentre coloro che sono in saldo negativo di risparmio sono il 31% e il 40% consuma tutto ciò che guadagna. Complessivamente, quasi due italiani su tre dichiarano che negli ultimi quattro anni hanno visto diminuire le proprie riserve di denaro.
Eppure una quantificazione precisa dell’evoluzione globale dei patrimoni resta difficile, non solo perché il fenomeno è ancora in corso e, purtroppo, sembra destinato a proseguire a lungo. Ai danni della grande crisi, infatti, si aggiungono altre complessità – rappresentate dai cambiamenti quali/quantitativi indotti dall’attuale contesto, a volte molto importanti – come, per esempio, la progressiva concentrazione della ricchezza.
Una prima valutazione di questi processi è tuttavia resa possibile dall’esame realizzato dall’ufficio studi Bnl-Gruppo Paribas mettendo a confronto su scala internazionale la situazione del 2007 con quella del 2011. Per quanto intuibili, i risultati sono comunque impressionanti.
«Considerando le sole attività finanziarie delle famiglie nelle principali economie – spiega l’analista Carla Russo – nel 2011 i livelli di ricchezza risultavano di poco superiori a quelli del 2007 solo in Francia, Germania e Paesi Bassi, mentre nel caso di Grecia, Italia, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti il valore risulta inferiore».
Un’affermazione che suona come conferma non solo dell’impoverimento delle famiglie a livello internazionale, ma anche del fatto che occorreranno tempi lunghi – e politiche adeguate – per porvi rimedio.
Altro motivo di interesse dello studio risiede nell’offerta di dati sulla ricchezza complessiva delle famiglie, spesso di difficile reperibilità. In questo caso, il confronto è realizzato su un arco temporale di 24 mesi. «Due anni fa – riprende Russo – tra le famiglie delle principali economie europee le più ricche risultavano quelle spagnole con un ammontare della ricchezza totale pari a sette volte il Pil, seguite da quelle francesi e italiane (sei volte il Pil), per finire con quelle tedesche per le quali il livello era pari a quattro volte il prodotto nazionale».
Quando si passa ai valori assoluti, spiega però la rilevazione Bnl, la classifica cambia: «Il primo posto è occupato dalla Francia con un valore della ricchezza totale di 11 trilioni di euro (nel 2010), seguita dai 10,5 trilioni della Germania, dai 9,5 dell’Italia e dai 7,4 della Spagna. La componente reale della ricchezza risulta prevalente in tutti i Paesi, con percentuali che vanno dal 55% delle famiglie tedesche al 76% di quelle spagnole».
Il peso del mattone è dunque rilevante in ogni nazione ed è dovuto a una crescita protrattasi a lungo, negli anni prima della crisi, anche se con intensità diversa. In Italia, tra il 2000 e il 2010, il valore degli immobili delle famiglie è cresciuto di 2,5 trilioni di euro, toccando i 5,5 trilioni (+82%). Nello stesso decennio l’incremento è stato pari a 4,3 trilioni in Francia (+140%) e a 1,6 trilioni in Germania (+40%).
Si tratta di valori che, con la loro imponenza nonostante la recente battuta d’arresto, risultano preziosi per misurare le condizioni di benessere delle popolazioni. Ma che d’altra parte possono risultare insufficienti, o addirittura fuorvianti, se vengono utilizzati per sostenere l’idea di una larga diffusione delle risorse in tutti i ceti. In realtà la lettura dei dati sulla ricchezza richiede una lente correttiva in più, che sia in grado di misurare con maggior precisione la distribuzione tra le famiglie. E in questo caso si evidenziano con chiarezza le conseguenze negative della crisi, che ha funzionato come acceleratore del processo di concentrazione della ricchezza e quindi della diseguaglianza sociale.
La conferma, autorevole, arriva da uno studio Ocse del 2012, che mostra come la concentrazione risulti molto elevata; quasi ovunque la metà delle famiglie possiede patrimoni di entità trascurabile.
«In Italia – sottolinea ancora Russo – il 50% delle famiglie più povere detiene il 10% della ricchezza netta, in Spagna il 40% dei nuclei possiede il 9,4%, in Germania il 70% della popolazione dispone di meno del 9%, nel Regno Unito la quota posseduta dalla metà dei nuclei familiari arriva al 5%, percentuale che negli Stati Uniti scende al 2,8%».
Uno sguardo al vertice della piramide conferma questo aumento della concentrazione. Il 10% delle famiglie più ricche possiede in Italia il 46% della ricchezza netta, che sale al 61% in Germania, diventa il 43% in Spagna e addirittura il 70% negli Stati Uniti. La disomogeneità delle fonti e dei tempi di rilevazione, pur sottolineati dagli analisti, attenuano solo in parte l’importanza di questi numeri. Che risultano confermati considerando l'”indice di Gini”, utilizzato dai tecnici proprio per misurare il grado di disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Con una sorpresa: il Paese nel quale la ricchezza risulta più concentrata è la Svezia.

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