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Falso in bilancio, sulle valutazioni parola alle Sezioni Unite

Il «falso in bilancio valutativo» finisce alle Sezioni unite della Cassazione. A investirle è stata ieri la V sezione penale della Corte, che in sei mesi non è riuscita a consolidare al suo interno un’interpretazione univoca sulla riforma del 2015, alternando sentenze diametralmente opposte sulla rilevanza penale, e dunque sulla punibilità, del falso valutativo. Un’incertezza «che sta diventando pericolosa», osservano in Cassazione, considerato il “rischio colpo di spugna”. Perciò, l’udienza delle sezioni unite si terrà già il 31 marzo.
L’insanabile (finora) spaccatura dei giudici della Suprema corte è testimoniata dalle tre pronunce che, da luglio 2015 a febbraio 2016, hanno prima attribuito alla riforma del falso in bilancio un effetto parzialmente abrogativo (n. 33774/15) poi lo hanno impedito (n. 890/16) e infine lo hanno ribadito (6916/16). A luglio e a febbraio, infatti, la V sezione penale ha escluso la rilevanza penale, e quindi la punibilità, dei falsi estimativi, basati appunto su una valutazione, e quindi sull’attribuzione di un dato numerico a una realtà sottostante; a gennaio, invece, sempre la V sezione penale ha fatto rientrare nel perimetro della punibilità anche le valutazioni, almeno quando non si uniformino a criteri determinati dalla disciplina civilistica, comunitaria, dagli standard internazionali e da prassi contabili generalmente accettate.
Nell’udienza di ieri, la presidente del collegio Maria Vessichelli ha ritenuto di fermare le lancette e di far risolvere il contrasto alle Sezioni unite. Vista l’urgenza di superare questa grave situazione di incertezza giuridica, l’ordinanza di rimessione alle Sezioni unite sarà depositata già oggi e con ogni probabilità i tempi tecnici per la fissazione dell’udienza saranno ridotti, in modo da affrontare la questione il 31 marzo (il collegio sarà presieduto dal primo presidente Gianni Canzio e ne farà parte anche il presidente della V sezione Maurizio Fumo).
Tutto nasce dalla modifica dell’articolo 2611 del Codice civile, introdotta dalla legge 69/2015, là dove, a proposito delle «false comunicazioni sociali», dà rilevanza penale ai «fatti materiali» ma non richiama più l’inciso «ancorché oggetto di valutazioni». In discontinuità normativa, quindi, con la precedente formulazione. L’amputazione dell’inciso è nata da un emendamento governativo mai discusso in Parlamento e, quindi, per certi versi misterioso. A luglio 2015 la Cassazione ne trasse conseguenze drastiche, sostenendo che la nuova norma fosse più favorevole di quella del 2002 e quindi applicabile retroattivamente, con effetti parzialmente abrogativi (Il Sole 24 Ore del 31 luglio 2015). Conclusioni poi sconfessate a novembre dello stesso anno (Il Sole 24 Ore del 14 novembre 2015) ma riproposte a febbraio 2016 (Il Sole 24 Ore del 23 febbraio 2016). Un andirivieni destinato a continuare poiché i giudici della V sezione restano divisi tra un’intepretazione letterale, restrittiva, della riforma Renzi e un’interpretazione logica, elastica, preoccupata di evitare gli effetti «dirompenti» di un colpo di spugna sui processi in corso, per effetto delle nuove norme.
Spetterà dunque alle Sezioni unite stabilire – si legge nell’«informazione provvisaria» depositata ieri al termine dell’udienza – se l’amputazione dell’«inciso “ancorché oggetto di valutazioni” abbia determinato o meno un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie».
Fin d’ora si può anticipare quale sarà la posizione della Procura generale della Cassazione che, a differenza dei giudici di legittimità, in giudizio ha sempre sostenuto l’inclusione dei falsi valutativi nel perimetro della punibilità. Una posizione unanime, confermata anche in una riunione dell’Ufficio. Sulla stessa linea anche il Massimario della Cassazione, come risulta da una relazione sulla dottrina e della giurisprudenza.
Il contrasto giurisprudenziale sul falso in bilancio fa il paio con quello verificatosi (sempre in un breve arco temporale) sullo spacchettamento del reato di concussione. Anche allora, l’impossibilità di trovare una linea univoca all’interno della VI Sezione, con il rischio di un colpo di spugna sui processi in corso, impose il rapido ricorso alle Sezioni unite per fare un minimo di chiarezza.

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