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Falso in bilancio, stretta sulle imprese

Se sul falso in bilancio i giochi non sembrano ancora fatti (l’emendamento del Governo non è stato ancora presentato) e la discussione al Senato pare avvitata sulla pena da applicare ai reati commessi nelle non quotate, 5 o 6 anni di reclusione con effetti su intercettazioni e archiviazione per tenuità, è forse opportuno un confronto tra ciò che è e cio che potrebbe essere. Ergo tra la disciplina del reato oggi in vigore e quella che potrebbe essere nel caso venisse tradotta in legge la proposta messa a punto dal ministero della Giustizia che dovrebbe a breve essere ufficializzata in Parlamento.
Partendo dalle non quotate il primo elemento da prendere in considerazione è che, oggi, dopo l’intervento del 2002 l’ipotesi meno grave, quando i destinatari della comunicazione sociale sono tratti in errore, non è neppure sanzionata a titolo di reato: è punita invece come contravvenzione con l’arresto fino a 2 anni. Quando all’errore si aggiunge il danno (alla società, ai soci e ai creditori) allora la condotta rileva a titolo di reato, sanzionato con la reclusione da 6 mesi a 3 anni, ma la procedibilità è a querela della persona offesa.
Cosa prevede invece l’emendamento del Governo? Evapora la contravvenzione e la necessità del danno; resta solo il reato, che richiede la consapevolezza nell’esposizione delle false informazioni e un margine di concretezza nell’induzione all’errore. La sanzione prevista si muove tra un minimo di 1 anno e un massimo di 5. La procedibilità è sempre d’ufficio, nessuno spazio per la querela.
Per quanto riguarda le società quotate, l’articolo 2622, prevede che il falso in bilancio rilevi sempre a titolo di reato, che la sanzione sia da 1 a 4 anni e la procedibilità d’ufficio. Quando però la condotta ha provocato un grave danno ai risparmiatori, ha cioè interessato più dello 0,1 per mille della popolazione o distrutto il valore di titoli per più dello 0,1 per mille del Pil, la pena sale fino a 6 anni. L’emendamento del Governo cancella il caso del grave danno ai risparmiatori, introduce un’unica fattispecie, sanzionata con il carcere da 3 a 8 anni.
Venendo a un altro snodo cruciale, quello delle forme di limitazione della responsabilità, il Codice civile prevede sia nel caso delle società non quotate sia nel caso delle quotate (ma non quando c’è grave danno ai risparmiatori), la non punibilità quando l’alterazione della rappresentazione economica, finanziaria o contabile non è «sensibile» e comunque nessuna sanzione può essere inflitta in caso di variazione, per effetto delle falsità o omissioni, del risultato economico di esercizio inferiore al 5% o del patrimonio netto inferiore all’ 1 per cento.
Il testo predisposto dal ministero della Giustizia rimuove del tutto le soglie, ed esclude qualsiasi forma di non punibilità per i reati commessi nel perimetro delle società quotate; per quelle invece non quotate si prevede l’applicazione di sanzioni ridotte (da 6 mesi a 3 anni) quando i fatti sono lieve entità. Resta una chance di archiviazione per tenuità del fatto, limitata alle non quotate e forse neppure a tutte, ma solo a quelle al di sotto dei limiti di fallibilità (si tratta di microimprese) secondo quanto previsto, a dire la verità, da una disciplina ancora neppure in vigore, quella che innesta una nuova causa di non punibilità quando la condotta non è abituale e di limitata portata offensiva.
Ad aumentare sono poi anche le sanzioni pecuniarie inflitte direttamente alle società e non ai manager quando gli enti hanno tratto vantaggio o avuto interesse alla commissione del reato. Nelle non quotate la sanzione passa da un massimo, nei casi più gravi , di 330 quote a 400, mentre per le quotate, con un tetto attuale a 400 quote, si passerà a 600. Il valore di una quota, a discrezione dell’autorità giudiziaria, è compresa tra un minimo di 258 e un massimo di 1.549 euro.

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